
Una bomba sonora! Il successore di ‘Periphery III: Select Difficulty’ è di gran lunga il migliore lavoro in studio della band formata quasi quindici anni fa da Misha Mansoor allo scopo di espandere i confini del progressive metal. Gli alti e bassi del trend djent hanno influito non poco sulla popolarità degli statunitensi che con l’ingresso in line-up di Spencer Sotelo hanno imparato a bilanciare l’aggressività delle ritmiche e lo spaventoso livello di sperimentazione con linee melodiche di spessore ed un approccio più commerciale. ‘Periphery IV: Hail Stan’ riparte dai risultati raggiunti con l’album precedente e ne amplifica l’efficacia, rasentando la perfezione in alcuni passaggi, mantenendo elevato il tasso di creatività e regalando agli appassionati una manciata di canzoni molto più trasportabili dal vivo. Si parte con le orchestrazioni dell’incredibile ‘Reptile, sedici minuti in cui il batterista Matt Halpern dimostra tutto il suo talento ed il muro di chitarra è letteralmente mostruoso. Roba che se fosse stata scritta dai Meshuggah o dai Gojira verrebbe etichettata come “il nuovo metal”. Magari non sarà così ma i Periphery non mollano di un centimetro e le seguenti ‘Blood Eagle’ e ‘CHVRCH BVRNER’ finiscono di demolire l’ascoltatore, impedendo qualunque tipo di reazione nonostante si tratti solo della seconda e della traccia. ‘Follow Your Ghost’ e ‘Sentient Glow’ sono altri apici ma a lasciare di sasso è l’impeto generale trasmesso dalla band, i fiumi di adrenalina che scorrono dove prima c’erano campi aridi. Da segnalare la presenta di Mikee Goodman dei SikTh ed alcuni ammiccamenti, non certo casuali, alle ultime cose di Bring Me The Horizon.


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