
L’incontro tra Dave Davidson - chitarrista dei Revocation ex Cormid e Cryptic Warning – e Luke Roberts – cantante e chitarrista degli Ayahuasca che ricordiamo anche con The Great Collapse e Battlebear – ha dato vita ad un demo e probabilmente i due all’inizio non avevano l’intenzione di procedere oltre. Quelle registrazioni sono state però così buone che ‘Asomatous’ ha di fatto finito per settare gli standard qualitativi da cui progredire nei mesi successivi e fissato le coordinate sonore del progetto. La devozione dei Gargoyl, completati da Brett Leier e James Knoer (che però non hanno partecipato alle sessioni in studio), per il grunge più viscerale e evocativo (Alice In Chains, Mad Season e Screaming Trees sono le referenze più evidenti ai quali aggiungerei i Soundgarden più per un fattore tecnico che per una reale ispirazione) ha portato alla realizzazione di una scaletta nella quale gli elementi progressive e l’approccio ultatecnico e schizofrenico distinguono la release dalla concorrenza. La personalità di Davidson è strabordante e, nemmeno per mezzo minuto, si ha l’impressione che si stia semplicemente divertendo o stia concedendo solo parte del suo talento alla causa. Al contrario i Gargoyl convincono fin dal debutto e ciascuna delle undici tracce può essere presa ad esempio per descrivere l’album e presentarlo ai profani. ‘Plastic Nothing’ e ‘Electrical Sickness’ danno la misura di un affiatamento notevole con Roberts mentre ‘Cursed Generation’ e ‘Wraith’ sono esperimenti ludici destinati a mandare fuori di testa chi è cresciuto negli anni ‘90. Il finale è poi costituito di due pezzi, ‘Acid Crown’ e ‘Asphyxia’, che aprono le porte ad un futuro ancora più intrigante e ricco di sperimentazioni in chiave prog. Vengono in mente King Crimson e Camel ma l’impressione è che ai Gargoyl piacce addentrarsi nell’oscurità quindi aspettiamoci delle sorprese. Da segnalare il mixaggio strepitoso di Greg Dawson, l’azzeccata copertina di Mark McCoy e la partecipazione di Jocelyn Barth (backing vocals in ‘Ophidian’, ‘Nightmare Conspiracy’ e ‘Ambivalent I’) e Erik Van Dam (suo il sax spettrale proprio in ‘Acid Crown’), oltre ad una vaga reminiscenza dei Voivod che di certo non spaventa ma semmai attrae. Lunga vita a connubi artistici del genere e complimenti a Season Of Mist che ci ha creduto e puntato in un momento storico non certo favorevole per il mercato.

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