
E’ sempre difficile recensire dischi di gente che ha scritto la storia della musica rock degli ultimi venti anni. Il blasone, il carisma, la carriera di alcuni musicisti fa sempre mettere su una posizione di difficoltà chi si approccia nell’ascoltare tutto ciò che è nuovo e che, in un modo o in un altro, sarà sempre termine di paragone con la produzione pregressa, soprattutto se quest’ultima è ancora di buon livello. Quando poi si deve prendere in esame il disco di un cantante che, per giusta causa, vuole tentare nuove strade che si differenziano di parecchio da quelle della propria band madre, allora il lavoro si fa davvero improbo. La verità è che gli artisti hanno bisogno di evadere e prendere boccate d’aria salutari, perché non gli si può chiaramente imporre un freno. Il problema, però, è capire se questa fuga momentanea sia stata giustificata oppure no. Prendiamo il caso di Brandon Boyd, cantante degli Incubus. E’ abbastanza palese come la sua formazione si sia incanalata verso un sound che è totalmente classico, ma che è allo stesso tempo lontanissimo parente del crossover sfavillante degli inizi. La qualità, man mano che si è andati avanti, è scesa in modo netto, tanto che gli ultimi lavori sono passati inosservati e non hanno lasciato traccia. Questa aridità artistica sembra che abbia contaminato tremendamente Boyd che nel suo nuovo album non dà segnali di speranza, regalando ai propri fan dieci tracce anonime, fredde e minimali che non portano emozioni. Siamo dinnanzi ad un appiattimento artistico micidiale, testimoniato da un pugno di canzoni letteralmente scariche. Non è che ci si auspicava che il cantante americano ritornasse alle vette sublimi di “Make Yourself” o “SCIENCE”, perché sarebbe stato anacronistico e fuori tempo massimo. Si sperava, però, che almeno venissero scritte belle canzoni, magari anche commerciali e ballabili, ma che avessero un senso compiuto. Qui, invece, vince la noia che ti porta a desiderare che il disco finisca subito, perché hai la percezione che il brano successivo a quello che si è ascoltato in precedenza sia ancora più scadente. Per chi ha seguito gli Incubus da inizio carriera e ne ha visto, passo dopo passo, l’evoluzione, o come direbbero i cattivi, l’involuzione, questo “Echoes And Cocoons” rappresenta un altro colpo basso a cui ormai si è fatti, purtroppo, l’abitudine.


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