
Jason Isbell, che è un nome non molto conosciuto dalle nostre parti, ha dalla sua una prolifica carriera solista, dopo essersi lasciato alle spalle l’esperienza con i Drive–by Tuckers. Il suo raggio d’azione rientra tra quello tipico dei grandi cantautori americani come Tom Petty, Dylan ed il Boss, ma all’interno della sua musica ci sono anche tracce del Pete Yorn più decadente. Ecco, se proprio dobbiamo inquadrare questo album, bisogna sottolineare come esso sia gravato da atmosfere cupe e tremendamente malinconiche, in cui il folk incontra il country (“Death Wish”). Sembra di imbattersi in una di quelle highway tipicamente americane coperte da un cielo che non promette nulla di buono. Il cambio di passo, soprattutto a livello di singoli che possano essere ricordati, manca e questo è un difetto che si nota ascolto dopo ascolto. Le cose vanno meglio quando il nostro prova a cambiare marcia ed a emulare Tom Petty, ma soprattutto i semisconosciuti Toad The Wet Sprocket che in alcuni frangenti vengono letteralmente saccheggiati come nel caso dell’elettrica “When We’re Close”. Ancora più produttiva e ricca di patos è la conclusiva “Miles” che si dipana su coordinate folk blues di un certo rilievo, facendoci ritornare indietro alle armonie tipiche di Crosby Stills Nash & Young. Il lato più rock, diciamo alla Black Crowes, esplode con “This Ain’t It” che non avrebbe sfigurato negli ultimi lavori dei fratelli Robinson. Per il resto siamo dentro a musica molto soft, da crooner navigato, che probabilmente riscuoterà molto successo negli U.S.A., abituati ad una scuola di artisti che hanno un mercato tremendamente florido da quelle parti. Consigliato agli amanti del genere. Per chi vuole, invece, avere una conoscenza più completa e memorabile, consigliamo un disco a caso di Tom Petty. Lì si troveranno tutte quelle qualità che Jason Isbell ha mostrato solo a tratti, ma proprio qui sta la differenza tra un fuoriclasse e un buon musicista.

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