
Tyler Bryant, con i suoi Shakedown, continua a recitare molto bene il ruolo di duro e puro. Il suo rock, sporco e derivativo, ha sempre quel retrogusto dolce che ti porta a sbattere il piede ad ogni canzone che l’artista, insieme ai propri sodali, ci propone. Non manca mai nulla, di quello che è scritto nel manuale del grande musicista, alle sue canzoni. Sono misurate, melodiche e rock, un po' come accadeva negli anni settanta. Il blues, in tutto questo, rimane il padre naturale di Bryant, tanto da risultare presente, sotto qualsiasi tipo di forma, in ogni composizione, a partire dall’opener “Between The Lines” che mette benzina ad un lavoro che non annoia. “Crossfire” è un tuffo moderno nel Mississipi che fu, che è e che sarà, mentre “Snake Oil” paga dazio in modo chiaro ed evidente a tutta la produzione dei The Black Crowes. Ci sono, poi, momenti in cui si vira verso la più chiara tradizione cantautorale americana, come dimostra il bel lentone “Trick Up My Sleeve” che sarebbe perfetto come colonna sonora di un viaggio lungo qualche autostrada a stelle e strisce. Il blues ritorna prepotente come un monsone in “Happy Gets Made”, a differenza di “Shake You Down” (gli AC/DC di Bon Scott sono il riferimento in questo caso) che è un bel pugno in faccia con i suoi chitarroni in primo piano. Per il resto, tra un viaggio introspettivo (“One And Lonely”) e un blues/country alla vecchia maniera (“Movin”), il disco si fa apprezzare in maniera più che buona. A chiudere il lotto ci pensa la tempestosa “Dead To Rights” che non dovrebbe mancare negli spettacoli della band dal vivo e “Carefree Easy Rollin” che appare un altro bel pezzo in cui si fondono ZZ Top, blues e riferimenti ad artisti di valore come Kenny Wayne Shepherd. Abbiamo lasciato per ultimo “Mona” che, probabilmente, è il miglior episodio del lotto. Qui, in soli tre minuti e quarantanove secondi, c’è tutta l’essenza di Tyler Bryant, ovvero passione, forza, ispirazione e puro amore per la musica rock.

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