Prendete i peggiori luoghi comuni della tipica heavy metal band e l’identikit corrisponderà inequivocabilmente a quello dei Manowar. Pensate a tutte le qualità più genuine di questo genere musicale e nella vostra mente si materializzerà la stessa immagine. Piaccia o meno, la battaglia di questa band, ancorché sia stata spesso condotta contro i mulini a vento dell’evoluzione altrui, è terminata con un’indiscutibile vittoria. In effetti, quasi tutto ciò che negli ultimi 25 anni ha potuto rappresentare l’antitesi dell’ideologia predicata dal grande imbonitore Joey DeMaio, è sparito nel nulla. I Manowar, invece, sono ancora qui: puro e semplice dato di fatto. E se finora ha meritato accoglimento l’obiezione che i guerrieri di New York non pubblicano un disco all’altezza della loro fama da almeno quindici anni, la pubblicazione di ‘Gods Of War’ oggi riduce le chiacchiere a zero. In barba a qualsivoglia adeguamento ai tempi che corrono, fatta eccezione per i numerosi intermezzi classicheggianti che devono molto ai Rhapsody (non a caso membri del management Magic Circle), ci troviamo al cospetto di un colossale monumento d’acciaio eretto in onore dell’heavy metal nella sua forma più pura. Un concept album monolitico ma niente affatto monotono, che nella struttura ricorda prepotentemente quella che resta tuttora l’opera più magnificente nella storia dell’epic metal: il capolavoro ‘Invictus’ dei Virgin Steele. Tenendo presente, beninteso, che David DeFeis è un direttore d’orchestra laureato al conservatorio, mentre Joey DeMaio più realisticamente può tenere seminari sull’approccio alle groupies. Avendo già omaggiato in passato gli antichi greci con un’interminabile suite dedicata ad Achille, i Manowar si rivolgono al mito nordico di Odino, un scelta vincente in partenza per il pubblico defender, ma forse non al punto di usare l’alfabeto runico (!) per la pubblicazione dei testi nel booklet della lussuosa edizione limitata. Dal punto di vista musicale, la scelta si traduce innestando ancora più cori e tastiere sulla solida base di uno stile che, nella sua rigida fedeltà al passato, non solo ha sempre garantito una consistente fetta di mercato, ma è inevitabilmente tornato di moda. Partendo da questi presupposti, la qualità delle nuove composizioni travolge letteralmente la stanchezza che traspariva dal pur buono ‘Louder Than Hell’ e la mediocrità che soffocava ‘Warriors Of The World’. Merito soprattutto di linee vocali stentoree interpretate da un Eric Adams incontenibile, che canta ogni singola nota su qualsiasi registro la sua voce gli conceda, senza dare la fastidiosa impressione, ovviamente in ottica live, di risparmiarsi per l’orgasmo del ritornello. Il resto della band, ed in particolare il bravo chitarrista Karl Logan, asseconda quest’enfasi da par suo, beneficiando di un suono a dir poco mostruoso per impatto e nitidezza, che giustifica il faraonico investimento profuso negli Hell Studios di proprietà del gruppo. Ho già scritto molto ma potrei andare avanti a lungo, descrivendo la sorprendente riconferma artistica di una band che per lungo tempo ha vissuto e prosperato sull’inutilità delle frasi fatte (sia pro che contro, ovvio). Tanto vale tagliare corto e chiudere, forse banalmente, affermando che ‘Gods Of War’ è semplicemente un disco che merita di essere acquistato. A meno che voi siate dei maledetti posers.