
Quando si materializza un nuovo lavoro dei Casino Royale, tutti sono consapevoli che si tratterà di qualcosa di speciale. La band milanese, che con il nuovo secolo ha mutato pelle e interpreti, non ha mai fatto dischi con il copia e incolla. Anzi, ha cercato di evolversi, cambiare e stare al passo con i tempi, mantenendo, però, quei tratti che l’hanno portata ad essere una delle realtà più belle che la musica italiana abbia avuto. Con “Fumo”, il giochetto della novità si è espanso ancora di più. Potremmo dire che questo nuovo album è una specie di unica canzone, un viaggio negli abissi dell’anima, un’introspezione sonora nella quale nulla risulta scontato. Musicalmente sembra di impattare con le sonorità tipiche della scena di Bristol (da sempre una loro guida) a cui aggiungere beat impazziti e tantissima elettronica. In tutto questo si vanno ad incastonare le canzoni, alcune di brevissima durata e altre con logica tipicamente classicheggiante, a cui aggiungere una serie di ospiti underground volti ad arricchire un copione mai uguale a se stesso. Ne consegue un’opera che va assaporata lentamente, gustata come una pietanza prelibata dove il particolare viene fuori alla distanza. I testi, poi, sono dei veri e propri squarci di vita, dove le riflessioni a cui ti porta Alioscia hanno una portata epica. Insomma “Fumo”, non è un disco qualsiasi e non può essere neanche paragonato a classici senza tempo come “Crx”, “Dainamaita” o “Sempre Più Vicino”, poiché nati in contesti storici e musicali totalmente differenti. Nel caso di specie, invece, si entra in una dimensione 2.0 di un’entità come quella milanese che è al passo con i tempi, probabilmente anche più avanti degli stessi, ma con un’impronta unica e riconoscibile da trent’anni a questa parte. Sostanzialmente unici e inimitabili.

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