
Nelle sue ultime interviste, Brett Anderson ha più volte dichiarato le stesse cose, ovvero che non ha nostalgia degli anni novanta che considera come una capsula del tempo in cui sono successe molte cose belle e che la sua band è fortemente motivata e viva come non capitava da tempo. È vero? Probabilmente si, visto che mai come in questi ultimi anni gli inglesi sembrano essere ispirati. Con “Antidepressants” i nostri, però, più che guardare al presente o al futuro, pare che si siano direttamente rivolti agli anni ottanta, andando a realizzare un album, che per loro stessa ammissione, è una sorta di omaggio al post-punk. E in realtà se si approccia con brani come l’accoppiata iniziale “Disintegrate” e “Dancing With The Europeans” o “Criminal Ways” ci si rende immediatamente conto che il fantasma dei The Cult e, soprattutto, della chitarra di Billy Duffy siano lì a ricordarci i tempi spettacolari in cui incisero un capolavoro come “Love”. Tutto questo si chiama derivazione allo stato brado in cui di originale c’è davvero poco, sebbene, poi, le canzoni sono in grado di rimanere in piedi da sole, perché sono state scritte in maniera spettacolare. Se non sono i succitati The Cult, possiamo anche scomodare i Cure con la titletrack e davvero pare di essere ripiombati agli anni in cui dominavano il dark e le capigliature più strambe del mondo. Insomma, di nostalgia ce n’è tanta, ma con una forte ispirazione che raggiunge i suoi livelli massimi quando parte la clamorosa “SweetKid” che ha un ritornello meraviglioso. E i mitici anni novanta vedono qualche rimembranza in questo platter? La risposta è si ed è data dalla ballad “Somewhere Between An Atom And A Star” che non avrebbe sfigurato al fianco di un capolavoro come, ad esempio, “Animal Nitrate”. Il disco, di conseguenza, scorre via in modo molto omogeneo, sempre in bilico tra il ricordo degli ottanta e la voglia di rimanere giovani, nonostante una carta di identità non proprio verdissima. Quindi tra una “The Sound And The Summer” che strizza l’occhio ai New Order e una “Trance State” che vede ancora l’immagine dei Cure stagliarsi all’orizzonte, si viaggia tra fotografie grige ed atmosfere plumbee e nostalgiche che sono tipicamente britanniche. Alla fine dei conti non si può non essere d’accordo con il leader degli Suede quando afferma che la sua creatura è viva e vegeta. Verissimo, ma è altrettanto innegabile sottolineare come la barriera degli anni novanta sia stata varcata all’indietro facendo piombare i nostri nella decade precedente. Ad ogni modo stiamo parlando di un disco bellissimo, tra i migliori di quest’anno.

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