
La redenzione è qualcosa che ha a che fare con la salvezza, con l’acquisizione di uno stato di libertà fisica o morale attraverso la liberazione da colpe e motivi d'infelicità. C’è ben poco di religioso in questo caso. Semmai di spirituale. Questo perchè il successore di ‘Sinners’ è sicuramente un disco più dark e subdolo, ma non certo consolatorio. Dopo il riscontro ottenuto dal debutto, prodotto da Steve Lyon, Max Zanotti ha spinto il progetto in una direzione sonora ancora più oscura e alternativa, esaltando la componente industrial-new wave e mantenendo l’approccio compositivo live oriented e quanto mai organico. Le caratteristiche fondanti di 'Sinners’ sono rimaste inalterate, ma le atmosfere si sono fatte sempre più lynchiane e gli arrangiamenti elaborati e originali, alla ricerca di quell’unicità che nella nostra scena troppo spesso scarseggia. Il cantato possiede una profondità che non è comune nel nostro panorama e sarebbe sufficiente questo, unito a sonorità darkwave che non si ascoltavano da tempo, a suggerire l’acquisto di questo magnifico vinile. Halle è chirurgico dietro le pelli e pezzi come ‘Echoes’ e ‘Lies Are My Favourite Drug’ simboleggiano il bilanciamento perfetto tra il songwriting adulto del leader ed un profilo internazionale spiccato. L’ex-Movida Ivan Lodini sigilla tutto con le grasse note del suo basso e si mette in evidenza pure Francesco Tumminelli, chitarrista che ricordiamo nei Deasonika proprio insieme a Max Zanotti. ‘I’m Ready (To Go)’ e ‘Better! Better! Better!’ trasmettono apertura mentale e desiderio di sorprendere, ‘Sister Of War’ e ‘Dance Of The Hollow’ sono solenni prese di posizione nei confronti di un mondo che gira al contrario e ‘The Right Way Wrong’ un’attestazione di forza, a riprova di quanto sia cresciuto l’affiatamento all’interno della line-up. ‘Redemption’ non è solo un album, è un viaggio nei meandri del destino umano, un dialogo tra libertà e fragilità, nel quale chitarre e voce infliggono sonore mazzate agli appassionati di alternative rock. Non fatico a definirlo come l’album più ambizioso pubblicato da un’etichetta che negli anni ha difeso a spada tratta i valori del rock italiano. Si era già percepito dal debutto come The Elephant Man fosse un progetto orientato verso altri territori e mercati, ma credo sia doveroso sottolineare come tale bellezza sia il risultato di sacrifici, dolore e sofferenze. Attimi di follia e determinazione assoluta. In fondo, quello che spinge un compositore o un produttore delle nostre parti a resistere a quanto di sprezzante proviene dal sistema mainstream. Se amate Metropolis di Fritz Lang, Lost Highways o Mulholland Drive di David Lynch e ancora le opere di David Cronenberg, Gaspar Noé e Nicolas Winding Refn non potete prescindere da un ascolto del genere. Una manciata di canzoni portentose che vi entreranno dentro come le immagini violente di quelle pellicole che hanno saputo sfidare la banalità del prodotto cinematografico dominante.


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