
Gli islandesi sono semplicemente eccezionali. Ormai da anni portano avanti un ibrido tra classic rock, hard rock e stoner, con venature blues e prog a rendere ancora più dinamici i pezzi, che dall’altra parte dell’oceano si sognano. É vero che viviamo tempi di globalizzazione dominati dai social network, nei quali chiunque può farsi largo in rete e mettersi in mostra, ma è altrettanto vero, o almeno alquanto probabile, che se i The Vintage Caravan fossero americani a quest’ora girerebbero in tour per le arene. Gli Opeth li hanno presi sotto la loro ala protettiva e infatti Mikael Åkerfeldt compare in ‘Philosopher’. ‘Portals’ non aggiunge molto rispetto a lavori precedenti come ‘Gateways’ e ‘Monuments’, ma solo perché non ce n’è bisogno. Il sound vintage di chitarre e basso, la batteria sempre in tiro di Stefán Ari Stefánsson e la voce spiritata di Óskar Logi Ágústsson rendono inimitabile un ascolto che riesce sul serio a trasportare in un’altra dimensione. L'evoluzione della band è evidente nonostante il sound sia rimasto retrogrado e polveroso. Il guitar work del leader è commovente ed in alcuni passaggi richiama alla memoria i periodi gloriosi di David Coverdale o Ian Gillan, senza voler necessariamente stilare scomodi paragoni. ‘Days Go By’ e ‘Here You Come Again’ settano gli standard di un lavoro che raggiunge i propri apici in corrispondenza di ‘Crossroads’ e ‘Alone’, non a caso scelti come singoli. Proprio in ‘Alone’ spicca l’organo Hammond di Tómas Jónsson, ‘Freedom’ mantiene il legame col passato e infine ‘This Road’ appare come una sorta di via di mezzo tra i migliori Graveyard ed i Kadavar di qualche anno fa. I Vintage Caravan sono da tempo una forza consolidata all'interno della scena. La loro musica è maturata e lo dimostrano definitivamente con questo album spaventoso. Se non fosse sufficiente, andate a vederli dal vivo e capirete.


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