
In attesa di pubblicare la top ten di quest’anno di Suffissocore, tra i dischi più belli degli ultimi mesi c’è sicuramente il quinti full lenght, col moniker Blood Orange, di Devonté Hynes, musicista di colore in bilico tra indie rock, baroque pop e alternative r&b, che si è rifugiato nella casa d’infanzia, appunto nell’Essex, per elaborare il lutto della perdita della madre. Il successore di ‘Negro Swan’, vecchio di sette anni durante i quali è uscito solo un mixtape, è un album spirituale, intimo, col quale è davvero semplice connettersi. Un po’ come sfogliare i raccoglitori di vecchie foto (come quella in copertina con cravatta da studente al vento e pallone da basket in mano) e rammentarsi delle storie con cui siamo cresciuti. La produzione è calda e moderna, ma non mancano le derive anni novanta, esplicite in un pezzo bellissimo come ‘Countryside’. Lorde appare in ‘Mind Loaded’ mentre Caroline Polachek, la violoncellista Mabe Fratti e Eva Tolkin impreziosiscono diverse tracce e la lista delle collaborazioni non è certo finita qui. ‘Essex Honey’ è infatti un lavoro tanto personale quanto condiviso, l’essenza di un artista che si è scavato dentro e ha voluto donare la propria anima alle persone che gli stanno attorno, in maniera più o meno metaforica. Rispetto a ‘Freetown Sound’ e ‘Negro Swan’, un album altrettanto contemporaneo ma destinato a durare nel tempo, a lasciare il segno anche a distanza di anni. Soprattutto un album che potrebbe trovare numerosi consensi al di fuori delle strette cerchie di genere, che Hynes ha già dimostrato di sapere scavalcare a più riprese. I synth corposi di ‘Look At You’, le commistioni col jazz di ‘Thinking Clean’ e lo scenario surreale di ‘The Last Of England’ – anche un dipinto di Ford Madox Brown, un film di Derek Jarman e un libro di poesie di Peter Porter - vi rimarranno impressi più del resto.


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