
Jay Buchanan è una delle voci più belle degli ultimi venti anni della storia del rock. L‘inconfondibile timbrica e la sua forza vocale, stratosferica in sede live quando si esibisce con i Rival Sons, rappresentano uno di quei doni della natura che difficilmente si riscontrano normalmente nel campo della musica. Dopo aver messo al servizio della propria band (i Rival Sons, appunto) la sua preziosa ugola, il buon Jay ha deciso di mettersi in proprio, isolarsi in un bunker del deserto americano e di scrivere un disco prettamente semiacustico nel quale si è messo a nudo attraverso una serie di composizioni scarne, minimali e dalle atmosfere dimesse e notturne. Si entra, dunque, nel campo dell’intimità con un pugno di brani dal pathos impressionante in cui è la voce la grande protagonista come si può notare nella struggente “Sway”, in cui soul e blues si intrecciano alla grande. L’opener “Caroline” è un’altra perla che ci porta direttamente nel Nashville, mentre “Tumbleweeds” ha un qualcosa di radiofonico che ti prende e non ti lascia più. Chiaramente, in un contesto come questo, i Rival Sons e le loro forti sonorità rock seventies vengono totalmente escluse visto che Buchanan ha voluto sterzare prepotentemente dal suo presente/passato con un prodotto completamente diverso. Per avere qualcosa di maggiormente movimentato, ad ogni modo, c’è la fantastica “The Great Divide” che si apre in maniera magnifica in sede di ritornello, così come è bello evidenziare l’ottima cover di “Dance Me To The End Of Love” di Leonard Cohen. “Weapons Of Beauty” è un prodotto di classe, come raramente se ne vedono e se ne ascoltano di questi tempi. L’esame solita è stato superato a pieni voti, ma su questo nutrivamo, sinceramente, pochi dubbi.

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