
Ci sono dei dischi che, purtroppo, si fanno fatica ad assimilare e, dunque, a digerire. Il nuovo album del leader degli Stryper, al secolo Micheal Sweet, rientra in questa strana fascia. Dopo tanti anni di onorata carriera, il buon Sweet sta cercando di dare sfogo in via parallela e da tempo immemore alla sua vena creativa anche attraverso la strada solista dove può sperimentare e fare cose che, probabilmente, con la sua band madre difficilmente riuscirebbero. Detto questo, “The Master Plan” è un lavoro di prevalenza semiacustico che non attecchisce, tranne che in qualche occasione tipo “Lord” che si apprezza per le sue venature di natura soul. Per il resto ci troviamo dinnanzi ad una serie di composizioni mosce, ma soprattutto identiche nella struttura dove non si ascolta un ritornello che possa attecchire. Tra una “Stronger” che prova a fare il verso a Bryan Adams, una “Desert Stream” che sembra essere un outtake derivante da una session di “IV” dei Toto e una “Again” che pare uscita da quei convegni di matrice religiosa che si tengono negli Stati Uniti e che da noi in Europa ci appaiono come qualcosa di irreale, il disco viaggia tra molti bassi e pochissimi alti. Insomma, qualcuno dirà che questo è un lavoro intriso di aspetti riflessivi riguardanti l’interiorità e la fede di un artista che non ha mai nascosto, anche in maniera coraggiosa, il suo credere in Dio, ma tutto ciò non può nascondere la noia che si prova ad ascoltare quanto contenuto in “The Master Plan”. Ai fan die-hard di Sweet, molto probabilmente, il disco piacerà. A chi, invece, la pensa diversamente, potrebbe venire in mente quel detto famoso che era solito proferire la mitica Sandra Mondaini nella famosa sit-com con il compianto Raimondo Vianello e che vi lasciamo immaginare o ricordare.


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