
Quando ormai nessuno se lo aspettava più, vista la morte di Reed Mullin arrivata nel 2020 e l’abbandono del bassista Mike Dean, ecco che si è materializzata, a distanza di otto anni da “No Cross No Crown”, una delle più piacevoli sorprese degli ultimi tempi, ovvero un nuovo album (doppio, per giunta) dei Corrosion Of Conformity. Con “Good God / Baad Man”, i due sopravvissuti Pepper Keenan e Woody Weatherman, aiutati nella fattispecie da Stanton Moore alla batteria e Bobby “Rock” Landgraf al basso, hanno deciso di snocciolare tutte quelle che sono le caratteristiche primarie che hanno contrassegnato da sempre l’evoluzione sonora di una band tra le più incorruttibili di sempre. Diviso in due parti, il disco parte da quelle che erano le origini della formazione americana, che si fece conoscere per le sue sonorità crossover che mescolavano il punk al thrash e all’hardcore, per concludersi in un magma sonoro più accessibile che prende spunto dai Down e dal southern rock più incontaminato. Si vede che i quattro hanno voluto sfogarsi, cercando di divertirsi il più possibile, lasciandosi anche andare a delle jam mai banali e stantie (“Forever Amplified”) o riproponendo arrangiamenti di fine anni sessanta (“Mandra Sonos” in cui si odono gli echi di “Fat Man” dei Jethro Tull). Ci sono momenti in cui i nostri fanno ricordare ai fan della prima ma anche della seconda ora gli splendidi periodi di “Wiseblood”, grazie a tracce dalle venature melodiche come “Baad Man” o la stratosferica “Swallowing The Anchor”. In altri il piede spinto sull’acceleratore viene spinto in scioltezza con bordate tipo “You Or Me” o “Gimme Some Moore”, con quest’ultima che sarà uno spasso ascoltare dal vivo visto la potenza di cui è dotata. Non ci sono mai momenti di pausa, sebbene la lunghezza del platter possa far ragionare sul contrario. Invece, la band si rivela in forma mondiale se si pensa al suo modo di approcciare tipicamente alla Black Sabbath o alla Melvins che troviamo in “The Handler” o a quando si imbatte nella psichedelia più lisergica (“Bedouin’s Hand”). Probabilmente, come accennato in precedenza, la seconda parte del lavoro appare meno ostica rispetto alla prima, ma questo non significa che il songwriting sia meno ispirato. Per avere un’idea si può sempre dare un ascolto a “Lose Yourself” e fare quattro conti tra chi ha la dote del fuoriclasse e chi del buon musicista e nulla più. Insomma, quello dei Corrosion Of Conformity è un ritorno di assoluta qualità, scevro da tatticismi e calcoli vari. Ci si immerge nella musica a trecentosessanta gradi e se ne esce alla fine dell’ascolto (da fare tutto d’un fiato) con la voglia di ritornare a schiacciare il tasto play e riprovare sensazioni di piacere che parevano essere scomparse da tempo immemore.


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