Black On Sunshine
Avon
Go Down Records
Pubblicato il 16/04/2026 da Francesco Brunale
Songs
01. Black On Sunshine
02. Awkwardness
03. Spacebar
04. Never In A Million Years
05. Bandits
06. Ninteen Bruises
07. Super Furry Antidote
08. Doorway
09. Strangest Love
10. Oblivion
Songs
01. Black On Sunshine
02. Awkwardness
03. Spacebar
04. Never In A Million Years
05. Bandits
06. Ninteen Bruises
07. Super Furry Antidote
08. Doorway
09. Strangest Love
10. Oblivion

Gli Avon sono una formazione seminale dello stoner rock che ha al suo interno una figura mitica e, possiamo dire, mitologica come il batterista Alfredo Hernández che in passato ha suonato con gente come Kyuss, Queens Of Stone Age e Yawning Man. A completare il trio che lo accompagna ci sono Charles Pasarell al basso e James Child che si occupa delle chitarre oltre che del cantato. Il loro sound non è molto possente come ci si potrebbe aspettare e paga dazio soprattutto a quello dei Queens Of Stone Age, mantenendo dei connotati melodici che caratterizzano ogni singolo brano. Questo aspetto è il traino nonché il leitmotiv dell’intero full lenght che viaggia su coordinate, tutto sommato, accettabili, sebbene non riesca mai ad avere dei picchi che riescano a far balzare dalla sedia l’ascoltatore. Probabilmente le cose migliori vengono fuori quando i tre si lasciano andare e provano a pestare duro come si nota in un pezzo come “Awkwardeness”  (titolo impronunciabile) in cui Child sembra quasi fare il verso a Josh Homme. La titletrack, che parte con una intro a firma di Hernandez, è puro stoner rock anni novanta, mentre “Bandits”, con il suo mid-tempo, risulta convincente grazie ad una bella apertura melodica in sede di ritornello. Probabilmente “Black On Sunshine” ha come sua caratteristica migliore quella di dover necessitare di numerosi ascolti per poter essere apprezzato appieno, nonostante la poca lunghezza a livello di minutaggio che ogni canzone contiene. Detto questo e scavando ancora di più nel profondo ci piace lodare la compattezza minimale di “Doorway” e la solidità di “Spacebar” che mettono in luce le qualità di questo power trio giunto al terzo capitolo della propria carriera. Probabilmente il difetto del platter è il non aver catturato appieno l’energia di una band che dal vivo dovrebbe rendere cento volte di più che in studio.  
 

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