
Il gruppo metalcore/christian metal originario dell’Indiana è stato silente per dieci anni. Dopo il tour di ‘Coward’ si è messo in disparte e tutti i fan che li avevano amati durante il periodo d’oro, per intenderci quello di ‘Pressure The Hinges’, ‘Dreamer’ e ‘Attack Of The Wolf King’, hanno imparato ad aspettare, senza troppe speranze ma senza dimenticare. Quando Solid State ha iniziato a diffondere la notizia dell’uscita di un nuovo album mi sono andato a riascoltare i vecchi lavori e devo ammettere che ‘Dissenter’ non soffre né del tempo trascorso né del paragone col passato. L'album è costituito di undici tracce che non scendono a compromessi e fondono le radici classiche del metalcore con un approccio più controllato e moderno. La produzione appare nitida e moderna, senza però tradire l’identità di una formazione che ha sempre saputo mantenersi al passo con le evoluzioni del genere senza tradire la propria identità. L’equilibrio tra melodia e parti vocali più aggressive è calibrato con precisione chirurgica. Gli Haste The Day mostrano un lato più malinconico e maturo mantenendo però fedeltà al proprio suono di base, e la crudezza nella resa vocale di Stephen Keech è uno dei punti di forza più evidenti del disco, capace di trasmettere un'intensità emotiva costante. ‘Cycles’ e ‘Shallows’ segnano un’apertura in grande stile, ‘Heretic’ è costruita su un groove micidiale - con Giuseppe Capolupo in grande evidenza - mentre ‘Escape’ e ‘Grave’ sono tracce di maggiore respiro, in grado di attrarre anche i meno avvezzi al genere. Non certo un capolavoro, ma un album incisivo e confezionato con intelligenza. Un album da cui ripartire fieri di quello che si è fatto fino adesso e consapevoli che il futuro potrà regalare altre soddisfazioni.


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