
Già invaghito del precedente ‘Does It Still Matter’, mi sono avvicinato al terzo full lenght della compositrice e produttrice svizzero-francese con un approccio decisamente sperimentale. Ero infatti convinto che l’esperienza come Musique Infinie - con Manuel Oberholzer che tutti conosciamo come Feldermelder e che condivide con la Büchi lo studio Suoni Speziali e l’etichetta -ous per cui è uscito anche materiale della bravissima Mara “IOKOI” Miccichè – la portasse ad una ricerca ancora più approfondita del rapporto tra materia sonora e spettro psicologico-individuale. Poi ho avuto la fortuna di vederla dal vivo al Dancity Festival, giunto alla ventesima edizione che purtroppo potrebbe anche essere l’ultima, e sono rimasto sbalordito della sua capacità di rendere accessibile e visivamente spettrale e spaventosa la sua urgenza compositiva. ‘Exuvie’ è un titolo che suggerisce transizione, abbandono, nascita, sviluppo e crescita. Se da una parte il senso umano del glitch sembra essere messo volutamente in secondo piano, dall’altra le influenze dark, psichedeliche e per certi versi anche hip hop rendono l’ascolto estremamente dinamico e interattivo. ‘beneath form’ e ‘a divided surface’ sono i due apici della scaletta, in ‘dislocated bodies’ appare la compositrice georgiana Anushka Chkheidze e la chiusura spetta a ‘la mue’ ovvero la muta. Non una risoluzione, ma un'apertura sospesa, l'istante in cui la vecchia pelle è già caduta e quella nuova non ha ancora preso forma. È in questo modo che la Büchi rivela la sua strategia più profonda. Non vuole consegnarci risposte, ma abitare con noi lo spazio intermedio, quel territorio fragile e fertile che esiste tra ciò che si è stati e ciò che si sta diventando. Il disco, nel suo insieme, funziona come un apparato filosofico prima ancora che sonoro. La compositrice franco-svizzera costruisce un'architettura della memoria residuale: ogni strato timbrico, ogni glitch, ogni incursione orchestrale non è un ornamento ma un reperto, il calco di qualcosa che è esistito e ha lasciato la propria impronta. La tecnologia non è qui uno strumento di controllo ma un organismo poroso, capace di trattenere le frequenze del passato e rilasciarle in forme imprevedibili. È un'estetica del post-umano vissuta senza cinismo, anzi con una certa tenerezza per i resti che ci portiamo dietro.


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