Solaris
The Ocean
Pelagic Records
Pubblicato il 17/09/2026 da Lorenzo Becciani
Songs
1. 52°30'11' N, 13°26’12“ E
2. Departure Song
3. Light Pollution
4. Simulacra
5. Belligerence
6. Ultima Esperanza
7. Milk Of My Dreams
8. 51°28'30' S, 73°6'11' W

Nel corso degli anni un fruitore di musica, ma vale lo stesso per ogni altra forma d’arte, tende ad appassionarsi, nutrire desiderio impellente di nuovi stimoli e può anche rimanere deluso, sia dalla direzione artistica intrapresa da una band sia dall’incapacità di spingersi ai medesimi livelli del passato. Cambiano i gusti, le influenze si ampliano, le mode modificano le regole del mercato eppure i tedeschi non deludono mai. A partire da ‘Fogdiver’ e ‘Fluxion’, Robin Staps ha saputo spingere il collettivo a vette compositive sempre più ambiziose ed elevate, aggiustando il tiro quando ce n’era bisogno ma dimostrando una coerenza di visione davvero impressionante. Molte band non sarebbero riuscite a riprendersi. Dal 2022 al 2025, i The Ocean hanno perso due terzi dei propri membri, vedendo sciogliersi la formazione che aveva realizzato gli album più amati dai fan ovvero ‘Phanerozoic I’, ‘Phanerozoic II’ e ‘Holocene’. Un cazzotto che avrebbe potuto mettere al tappeto chiunque. A fianco del leader sono rimasti solo il bassista Mattias Hägerstrand e il batterista Jordi Farré (Crippled Black Phoenix) mentre, col passare dei mesi, si sono aggiunti Enrico Tiberi, che ricordo con affetto negli Edenshade, Emmanuel Jessua degli Hypno5e, Marco Gennaro e Lane Shi (Elizabeth Colour Wheel, Otay:Onii). Un’unione di sforzi e di talenti che ha portato alla realizzazione di uno degli album più strutturati in carriera, un viaggio di quasi settanta minuti verso le stelle e ritorno, ispirato all’omonimo capolavoro del regista sovietico Andrei Tarkovsky. L’idea alla base del lavoro non è tanto dissimile da quella che Steven Wilson ha portato avanti con ‘The Overview’. Il genere è differente, ma il sogno è lo stesso ovvero comporre musica che possa restare nel tempo e sollecitare uno sguardo insolito rivolto agli abissi dello spazio. Per i più attenti ai dettagli, le coordinate geografiche con cui si apre la scaletta corrispondono alla posizione del quartiere di Friedrichshain a Berlino mentre quelle poste in chiusura portano invece ai fiordi della Patagonia cilena. Per la registrazione di ‘Solaris’, cerchia creativa è stata ulteriormente ampliata con il contributo di Thorsten Quaeschning dei Tangerine Dream ai sintetizzatori modulari mentre Jens Bogren si è occupato ancora una volta del mixaggio. Personalmente ho trovato subito dei legami con ‘Pelagial’, l’alternanza tra registri vocali diversi è senza dubbio un valore aggiunto e canzoni non convenzionali come ‘Simulacra’, diciassette minuti epici tra post metal e musica cinematica, e ‘Ultima Esperanza’ dicono molto sulla cifra stilistica dell’opera. Lane Shi è spettacolare in ‘Light Pollution’ e la sensazione è che il suo apporto possa crescere ancora. E forse è proprio questo il primo elemento da sottolineare: ‘Solaris’ non è un album che cerca di dimostrare qualcosa a qualcuno. Non c’è la necessità di ribadire che i The Ocean siano una delle realtà più importanti emerse dal post metal europeo, né tantomeno quella di riproporre una formula vincente cambiando semplicemente le coordinate geografiche della narrazione. Al contrario, Staps e compagni sembrano interessati a utilizzare la fantascienza come un nuovo portale d’accesso a un discorso che, in fondo, è profondamente umano. Lo spazio non è soltanto uno scenario, ma un luogo mentale nel quale proiettare solitudine, paura, meraviglia e quella forma di inquietudine che accompagna l’uomo quando si trova davanti a qualcosa che non può comprendere fino in fondo. La lezione di Tarkovsky viene quindi assimilata più nello spirito che nella semplice estetica. ‘Solaris’ non procede per immagini immediate o per facili esplosioni spettacolari: pretende attenzione, tempo, disponibilità all’ascolto. Le parti atmosferiche diventano parte integrante del racconto e preparano il terreno per improvvise accelerazioni nelle quali la pesantezza delle chitarre torna a farsi opprimente. Il contrasto è fondamentale, perché senza silenzio non potrebbe esistere la tempesta e senza l'abisso ambientale non avrebbe lo stesso significato l'impatto delle sezioni più violente. I suoni sono enormi ma mai chirurgicamente asettici. Le chitarre occupano lo spazio con autorevolezza, la sezione ritmica sa essere duttile e l'elettronica non appare come un semplice ornamento. È musica che sembra avere bisogno di spazio fisico per respirare. Le composizioni si sviluppano, accumulano tensione, cambiano pelle e soprattutto non concedono sempre all’ascoltatore quello che si aspetta. È una scelta che potrebbe risultare indigesta a chi cerca nei The Ocean soltanto la componente metal più aggressiva, ma che appare perfettamente coerente con l’evoluzione intrapresa di recente. Il vero merito di ‘Solaris’ è forse quello di non avere paura della complessità. In un periodo nel quale anche il progressive tende spesso a trasformarsi in una gara a chi inserisce più elementi nello stesso brano, i The Ocean dimostrano che complesso non significa necessariamente complicato. Sono tornati e lo hanno fatto scegliendo di fissare le stelle invece di voltarsi indietro. Ogni deviazione, ogni intermezzo ambientale, ogni crescendo e ogni esplosione sembrano avere una funzione precisa all’interno di un disegno più ampio. Un album che può essere affrontato superficialmente, lasciandosi travolgere dalle chitarre e dalle atmosfere, oppure approfondito lentamente, scoprendo a ogni ascolto nuove sfumature.

 

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1. 52°30'11' N, 13°26’12“ E
2. Departure Song
3. Light Pollution
4. Simulacra
5. Belligerence
6. Ultima Esperanza
7. Milk Of My Dreams
8. 51°28'30' S, 73°6'11' W
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