
Gli inglesi sono una band maledettamente commerciale. Su questo non c’è ombra di dubbio. Quello che ho però sempre apprezzato dei loro dischi è il coraggio di sperimentare produzioni differenti e utilizzare l’elettronica per arricchire e non semplicemente per diluire. Anche il successore di ‘Dead Club City’ - prodotto dal chitarrista Dominic Craik assieme a Mark Rankin (Queens Of The Stone Age, Iggy Pop) – conferma questa tendenza con una manciata di pezzi dal potenziale radiofonico significativi e altri sporcati di attitudine live. Un album in cui la band lascia trasparire onestà e vulnerabilità ma che si proietta verso il futuro con ritornelli memorabili e una produzione densa e tecnologica, in grado di attrarre uno spettro di pubblico molto vasto. La scelta di tornare alle proprie radici, registrando agli Angelic Studios, dove era stato registrato l’album di debutto si riflette in un ritorno alla concretezza della canzone e ad una dimensione più fisica. La title track apre le danze con un crescendo nervoso, chitarre distorte, voce manipolata e una componente elettronica che guarda tanto all’alternative rock quanto a certe soluzioni industriali. Non è un caso che il brano sia stato descritto dalla stessa band come una celebrazione del senso di appartenenza e della possibilità di trovare la propria gente lontano da ogni forma di divisione. ‘Testosterone’ è costruita su un grande riff mentre ‘Evolution’ è il perfetto manifesto della vocazione pop dei Nothing But Thieves. ‘Death In The Backseat’ e ‘‘Baby Kool (Evelyn)’, con le sue influenze anni ‘90, mantengono alta la tensione, alternando muscoli e atmosfera senza perdere lucidità ‘A Different Kind Of Happiness’ chiude il cerchio con un crescendo emotivo che restituisce alla voce di Conor Mason tutta la sua teatralità.

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