
Ci sono band che, dopo trent’anni di carriera e dodici album alle spalle, possono permettersi di non cambiare praticamente nulla. Gli Amon Amarth appartengono senza dubbio a questa categoria. Il problema, semmai, è capire se la fedeltà assoluta alla propria formula rappresenti ancora una scelta artistica o sia diventata una comoda assicurazione sulla vita. Il tredicesimo capitolo della saga svedese arriva proprio nel punto in cui queste due possibilità si sovrappongono: da una parte c’è tutto quello che ci aspettiamo da Johan Hegg e soci, dall’altra una band che, almeno dietro le quinte, ha provato a modificare il proprio modo di scrivere e registrare. E la differenza, per fortuna, si sente. Gli Amon Amarth hanno lavorato sui brani durante il tour, completando ogni pezzo prima di passare al successivo. Le registrazioni sono state divise in due sessioni, con Jacob Hansen dietro alla console e un ritorno ad un sound più ruvido e sporco. Non siamo di fronte alla rivoluzione, sia chiaro: nessuno rischia di confondere gli Amon Amarth con una nuova formazione di progressive death metal. Ma almeno i guerrieri hanno lucidato le asce. ‘Gjallarhorn’ è l’apertura perfetta. Il riff portante è devastante, il ritornello è costruito per essere urlato da migliaia di persone e il frontman dagli occhi iniettati di sangue entra in scena con quella voce che ormai potrebbe essere registrata anche durante un temporale e continuerebbe a sembrare perfettamente a fuoco. ‘Eight Legs Of Thunder’ prosegue sulla medesima direzione, con un andamento galoppante che richiama Sleipnir, il cavallo grigio a otto zampe di Odino. ‘We Rule The Waves’ sembra progettata per trasformare un’arena in una gigantesca taverna vichinga: ritornello enorme, melodia semplice, un mostro dietro le pelli come Jocke Wallgren, Johan Hegg che declama e il pubblico pronto a rispondere. È esattamente il genere di canzone che gli Amon Amarth sanno fare meglio e che, contemporaneamente, rende impossibile chiedere loro una recensione completamente scevra dal sospetto di averla già letta dodici volte. L’acustica ‘Upphaf’, per la prima volta nella storia della band, richiama alla mente certe cose degli Amorphis mentre ‘Raven God’ recupera la dimensione mitologica attraverso Huginn e Muninn, i corvi di Odino. La title track funziona come sorta di punto centrale della narrazione e il vero colpo di coda arriva con ‘Oden’s Hunt’, una delle tracce più aggressive e dirette della scaletta. Indiscutibili.


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