
Una band d’esperienza, carisma e talento. Una band che ha subito più di un intoppo in carriera ma che ha sempre saputo fare tesoro delle difficoltà. Gli svedesi ironizzano con i tre anni trascorsi da ‘6’ già con l’iniziale ‘Back From The Grave’, talmente polverosa che pare uscita da un demo degli Hawkind, e la sensazione è che le divagazioni acustiche del passato siano state messe da parte in favore di un ritorno alle radici hard rock. Le influenze garage e soul non mancano e la scaletta è imperniata su una manciata di pezzi molto solidi, con chitarra e batteria in grande evidenza. Un assalto ritmico incendiario che Pelle Gunnerfeldt, a servizio pure di The Hives, Refused e Viagra Boys, ha esaltato in fase di mixaggio e che non farà fatica ad essere apprezzato dai fan di vecchia data così come da tutti gli appassionati di scandi-rock. Rispetto ad altre formazioni ai vertici del genere, i Graveyard sono sempre stati quelli “bravi”, quelli per bene. Poco sotto i riflettori e non certo famosi per eccessi. ‘Fever’ è uno dei loro lavori migliori perché condensa il songwriting elaborato di ‘Hisingen Blues’ in un suono più diretto e polveroso. l bello è che i Graveyard non hanno bisogno di inventarsi una seconda giovinezza. È stato sufficiente tornare a fare quello che sanno fare meglio. E lo fanno senza quella fastidiosa patina di modernità che spesso viene applicata al classic rock come se bastasse un riverbero vintage per risvegliare lo spirito dei Led Zeppelin o dei Cream. Qui il passato non viene imbalsamato, ma rimesso in moto. Il riffing è asciutto e Joakim Nilsson conserva quella voce roca e malinconica che resta uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili della band (‘Tongue Tied’). ‘Fever’ funziona soprattutto quando accelera, quando lascia che la chitarra sporchi per bene gli angoli e quando il basso si prende lo spazio necessario per trasformare ogni brano in qualcosa di fisico (‘A Means To An End’). Non tutto ha lo stesso impatto, ma anche nei momenti meno esplosivi (‘Dead Note’) emerge una scrittura superiore alla media. È proprio questa la differenza tra una band che suona retrograda e una band che ha realmente metabolizzato la propria storia. Notevole l’artwork a cura di dell’artista olandese Maarten Donders, voluto dalla band pure in occasione sullo split single con i Goat, e il cui lavoro è stato messo in mostra al Roadburn Festival.


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