PlanetHard
Italia
Pubblicato il 06/06/2016 da Lorenzo Becciani

Prima di tutto direi di presentarvi con una breve biografia a chi ancora non vi conosce..
Ci siamo formati nel 2002 come cover band e dopo un paio di anni è nata l'esigenza di scrivere materiale proprio. Il primo album risale al 2007 e ci ha permesso di supportare una band storica come gli Europe e di partecipare alla nostra prima edizione del Gods Of Metal. 'Crashed On Planet Hard' era più “losangelino”, aor e improntato sull'hard rock anni ottanta mentre con 'No Deal', uscito cinque anni più tardi, abbiamo sperimentato accordature più basse e suoni moderni cercando di dare voce al metal che faceva parte del background di ognuno di noi. E' venuto fuori un secondo album più aggressivo dal punto di vista musicale. Nel 2014 è uscito 'Now', il nostro terzo lavoro in studio registrato dopo un grosso cambio di line-up e caratterizzato da sonorità più heavy. L'album segna una ulteriore evoluzione dello stile e dei testi. Adesso abbiamo da poco cambiato il cantante inserendo Alberto Zampolli e siamo pronti a nuove avventure. Stiamo lavorando alle prossime canzoni e abbiamo già qualche idea in fase embrionale. Ufficialmente siamo in quattro anche se dal vivo per ottenere un effetto stereo delle chitarre ci avvaliamo della professionalità di Davide Pozzoli.

Pensate di uscire ancora per Scarlet Records?
Dipende da quanti soldi ci darà Filippo Bersani. A parte le battute pensiamo proprio di sì. Ci troviamo bene con loro. Non possiamo ancora anticipare nulla ma l'idea è quella di entrare in studio a fine anno oppure nei primi mesi del prossimo anno. Dopo i concerti estivi ci concentreremo sul songwriting.

Un titolo come 'Now' aveva rappresentato un'affermazione importante dopo il cambio di line-up. Adesso che c'è stato un altro cambiamento dobbiamo considerare la presente stabile?
Speriamo proprio di sì. Purtroppo quando suoni in una band possono nascere problemi caratteriali e impegni lavorativi che impediscono di provare o organizzare concerti. E' quello che è successo con il nostro cantante precedente. Non riuscivamo a fare combaciare gli impegni ma è stata una scelta sentita perchè rimane un ottimo cantante e un grande amico. Alberto è stato chiamato poche ore prima dello show con gli Scorpions ma ci conosceva da anni prima come fan e poi come roadie. Lo abbiamo accolto a braccia aperte e stiamo suonando parecchio insieme. Alcune canzoni sono state adattate al suo range vocale ma per il resto gli abbiamo dato carta bianca.

Ho trovato il songwriting più evoluto rispetto ai primi due full lenght..
Lo è sicuramente. Più passa il tempo e più si riescono ad approfondire certi aspetti. Personalmente mi sono ispirato alla musica classica dopo avere scoperto che in Beethoven la figura ritmica veniva costantemente ripresa e lavorata. Vale lo stesso per me. Con 'Now' abbiamo cercato di renderci ancora più competitivi a livello internazionale. La scelta di cantare in inglese per certi versi ci penalizza dalle nostre parti ma è un retaggio culturale su cui non possiamo fare niente. E' assurdo come certe band italiane di valore non vengano apprezzate come quelle internazionali ma è uno dei motivi per cui puntiamo al mercato estero.

A livello di produzione come avete operato in studio?
Il nostro produttore, Matteo Magni, ha sicuramente un gusto più giovane e fresco del nostro e ha contribuito a rendere più moderno il songwriting. Abbiamo trovato una soluzione con richiami stilistici agli anni ottanta ma sotto una forma moderna. Non ci siamo ispirati a nessuno ma quando l'album era finito ha preso l'ultimo degli Alter Bridge e l'ha comparato trovando somiglianze nei suoni nate senza volere. Con il mio album solista ho avuto modo di supportare Marc Tremonti, conoscerlo meglio e rubare qualche segreto. Credo che sia interessante giocare con le accordature per dare risalto a colori diversi che si possono adoperare nella composizione.

Provate a recensire 'Play Harder' e 'Don't Say Goodbye' per i nostri lettori..
'Play Harder' è il primo brano scritto per 'Now' ed è venuto fuori in sala prove in maniera molto spontanea. E' sicuramente il più istintivo, nato da una semplice linea di basso e un giro di batteria e lo spirito è quello di giocare sempre più duro e mettercela tutta per raggiungere i propri obiettivi. 'Don't Say Goodbye' è una ballata rock con accordature modern metal in open D. Abbiamo pubblicato un video per promuoverla con lampadine che scendono dal soffitto ed una grande atmosfera.

Ci sono altri brani a cui siete legati in modo particolare?
'15 Minutes Of Fame' è un pezzo a cui sono molto legato perché ho cercato di renderlo più dinamico e tecnico possibile dal punto di vista chitarristico. Il testo richiama il motto di Andy Warhol per cui ogni persona avrebbe diritto a quindici minuti di gloria. E' una provocazione per i reality. Adesso tutti pensano che basti vincere ad uno di quei programmi per diventare famosi ed in questo modo la musica viene rovinata.

'The One' invece di cosa parla?
Musicalmente è un pezzo legato a ‘Ride Away’ di 'No Deal'. Parla dell'unicità della persona. Dobbiamo cercare di valorizzare noi stessi e continuare a credere nei propri obiettivi. Un messaggio positivo che sostanzialmente traduce gli sforzi che abbiamo compiuto per arrivare fino a dove siamo adesso.

In questi anni avete supportato band storiche. Potete raccontarci qualche esperienza positiva o negativa?
L'esperienza più bella è stata sicuramente stare sul palco degli Scorpions e parlare con rockstar di quel calibro rendendosi conto di quanto siano persone tranquille e umili fuori dalla scena. Nel 2007 Klaus Meine ci ha rubato il camerino perché non si sentiva bene e aveva bisogno di una stanza per stare solo. Gli Europe non ci hanno considerato molto a parte John Norum che è un grande chitarrista e con cui ho chiaccherato un po'.

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