
Quattro dischi al posto di uno. Una quantità di materiale impressionante ed una visione sempre più lucida e destabilizzante. Il percorso artistico iniziato quindici anni fa dall’artista venezuelana è stato sapientemente articolato secondo tappe importanti ma nessuno avrebbe potuto immaginarsi una serie di album come ‘Kick’. Già il primo, pubblicato l’anno passato e vincitore di un Grammy come miglior disco dance-elettronico, aveva sorpreso per l’elitarietà del linguaggio utilizzato dalla compositrice, produttrice e performer che tanto ha ispirato e condizionato il lavoro recente di Björk. Sicuramente ci aspettavamo un seguito, lasciato intendere anche su Instagram con numerosi post erotici e trasgressivi, ma di colpo ci siamo trovati quattro album, uno più avvincente dell’altro, da ascoltare. La prima considerazione al cospetto di un’opera così maestosa è che Arca è riuscita a sviluppare una capacità di arrivare al cuore ed alla mente delle persone che è veramente rara da trovare in circolazione. È vero che si tratta di musica capace di fare ballare, è altrettanto vero che le influenze hip hop, dubstep e pop sono spiccate, ma in pochi, sia nel circuito indipendente che in quello mainstream, sanno trasmettere un messaggio di libertà sessuale e creativa così forte. La seconda considerazione riguarda la produzione che si è evoluta a tal punto da fare quasi scomparire le macchine che stanno dietro all’album. Un suono organico e viscerale che procede inesorabile nonostante un vario stuolo di ospiti - tra i quali Ryuichi Sakamoto, Planningtorock, Shirley Manson dei Garbage e Oliver Coates – e che raggiunge il suo apice nell’idm dissoluta del terzo capitolo.


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