
Per molte ragioni il lavoro più sofferto dei newyorkesi. Sicuramente quello più doloroso. Un disco capace di lasciare i lividi e muoversi liberamente tra noise rock, industrial e shoegaze, come se tutto attorno non succedesse nulla. Come se il mondo non stesse per collassare. Il 2020 non si è certo aperto nel migliore dei modi per Oliver Ackermann, di fatto rimasto da solo dopo l’abbandono del bassista Dion Lunadon e della batterista Lia Braswell ma soprattutto impossibilitato ad esibirsi dal vivo. Per reagire alla noia e mettere da parte un po’ di soldi ha dato alle stampe la raccolta ‘Rare Meat’, contenente demo, rarità e versioni alternative registrate su nastro in un periodo di circa quattordici anni. La risposta è stata fragorosa come sempre, quasi come se le persone non sapessero che si trattasse di materiale datato. A quel punto si è messo seriamente al lavoro sul successore di ‘Pinned’, attraendo al suo fianco John e Sandra Fedowitz, entrambi già con i Ceremony East Coast, e cercando di ottenere il suono più disturbante possibile. Il risultato è la soundtrack ideale dei nostri incubi, una musica che, pur poggiando su influenze psichedeliche e space rock, non ha colori se non il nero. ‘Let’s See Each Other’ rilegge i piaceri sconosciuti di Ian Curtis, ‘I’m Hurt’ e ‘I Disappear ( When You Are Near )’ citano addirittura i Depeche Mode, ‘Dragged In A Role’ è una cascata di rottami metallici mentre ‘My Head Is Bleeding’ un pezzo talmente dilaniante che vi toccherà prendere gli antidepressivi. La chitarra è sempre lì, straziante e pericolosa, eppure a tratti vi sembrerà di non sentirla più, ricoperta com’è di stratificazioni e dissonanze. Se accendere la televisione non è sufficiente e volete farvi ulteriore male, questo è il disco che fa al caso vostro. Un altro capolavoro, a distanza di quindici anni da quell’esordio fulminante che spinse la Mute a metterli sotto contratto.

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