
C’è poco da fare. Quando la classe ha il sopravvento su tutto il resto, i dischi vengono fuori bene. Anzi, benissimo come nel caso del supergruppo dei The Winery Dogs, formato da Richie Kotzen, Mike Portnoy e Billy Sheehan. Giunti al loro terzo album, anche questa volta i tre “mostri” non hanno sbagliato nulla, dimostrando, casomai ve ne fosse bisogno, di come siano in grado di suonare divinamente e scrivere canzoni che riescono a rimanere impresse nella testa e, soprattutto, nel cuore. Rispetto al passato si nota come il trio abbia voluto jammare molto e non è un caso che la lunghezza dei brani sia mediamente più lunga del solito. Non hanno, però, i nostri voluto perdere di vista il formato canzone, cercando di non annoiare l’ascoltatore ed evitando di cadere nei trucchetti onanistici di altre formazioni a loro care come The Sons Of Apollo e Dream Theater. Ci sono dei momenti semplicemente fantastici, come quelli che nascono fuori con il singolo “Mad World”, in cui i cori di Sheehan fanno tutta la differenza del mondo, e con la splendida “Rise” che diventerà, ne siamo certi, uno dei loro cavagli di battaglia. Le variazioni, comunque, non mancano. Il blues rilassato di “Lorelei” è un qualcosa di nuovo che si ascolta da queste parti, così come la velocità di “Gaslight” dove la band viaggia spedita come se non ci fosse un domani. Le melodie rimangono la loro forza, vedi l’opener “Xanadu” che è un ottimo modo di aprire un lavoro che non ha punti deboli. Stesso discorso va fatto per “Stars” che cresce sempre di più. Non vi sono pause, ma semplicemente continue perle regalate ai fan come la finale “The Red Wine” in cui il rock più dura flirta con il gospel e con il blues più sporco. Il progetto in questione che, tra i tanti pregi, non ha dato vita a molti dischi, si mantiene sempre su livelli alti e questo è un merito che va condiviso tra i tre magnifici interpreti, sebbene appaia chiaro come il geniale Richie Kotzen sembri essere quello che detti le linee guida musicali da seguire.

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