
Una gavetta importante, un successo improvviso arrivato a metà anni novanta, un tenersi a galla con difficoltà, lo scioglimento maturato nel 2006 dopo l’uscita di “Walk With Me” e poi la miracolosa reunion. In sintesi, è questa la storia dei Dog Eat Dog, band crossover newyorkese che conobbe fama e popolarità con il mitico “All Boro Kings” che ebbe un successo non indifferente tra il giovane pubblico di MTV. Il loro sound intriso di crossover della prima ora, in cui, però, trovava sfogo l’uso inedito del sax, non è cambiato nel 2023. L’unica cosa che manca oggi è, però, proprio lo strumento a fiato che tanto li aveva resi originali e particolarissimi. Non vi è nessuna presenza del sax in “Free Radicals”, ad eccezione di “Man’s Best Friend” che, guarda il caso, si rivela l’episodio meglio azzeccato di questo comeback. Per il resto ci si muove su coordinate note che non colpiscono più di tanto, soprattutto se le canzoni non prendono come dovrebbero. L’inizio, davvero buono, costituito dall’opener “Lit Up”, dal ritornello melodico e dal riff assassino, non trova terreno fertile nelle successive tracce che paiono quasi tutte uguali, come se fossero state suonate e cantate con lo stampino. Va, però, anche detto per dovere di cronaca che la seconda parte dell’album si rivela meglio assortita, in quanto più varia ed eterogenea. Oltre alla già citata “Man’s Best Friend”, risaltano all’orecchio la sussurrata e minimalista “Bar Down”, la frizzante “@Joe’s” e l’omaggio al soul più classico della conclusiva e sorprendente “Zamboni”. Per il resto, tra una botta di energia priva di originalità come quella offerta da “Mean Str” e un riferimento ai Clash più reggae, che sono presi come punto di riferimento in “1 Thing”, il lavoro in questione scorre via senza infamia e senza lode. Se fossimo a scuola nel ruolo di insegnanti, potremmo dire che il compito svolto dall’alunno Dog Eat Dog è sufficiente, ma che da uno come lui ci saremmo aspettati, decisamente, molto di più. Sarà, forse, per la prossima volta.

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