
Mi sono un po’ stancato di dovere difendere la scena italiana quando escono dei grandi dischi e poi passare mesi e mesi a criticarla quando si susseguono un po’ gli stessi eventi, a discapito dell’intelligenza umana e di qualunque approccio serio alla materia. La verità è che non ci meritiamo gruppi come gli Studio Murena, non fanno parte del nostro background e la loro difficile catalogazione è un pregio e non certo un difetto. Sono felice che vendano, che i loro concerti siano sempre pieni – in tal senso la data al Cage di Livorno a supporto del precedente WadiruM fu una bomba – e che ottengano delle ottime recensioni, ma so bene che non basta. La speranza è che un disco coraggioso come ‘Notturno’ - aperto da ‘Another Day with Another Sun’ che è stata ispirata da un’installazione di Philippe Rahm all’Hangar Bicocca di Milano - faccia scattare qualcosa di più, negli addetti ai lavori e in una comunità che ha disperato bisogno di tanta creatività. In fase di presentazione gli Studio Murena hanno dichiarato che questo è senza dubbio il loro lavoro in studio più collaborativo, un disco più aperto e diretto rispetto al passato. Personalmente ci ho trovato tutto ciò che aveva reso imperdibile ‘WadiruM’, con Mezzosangue e Willie Peyote capaci di rendere ancora più duri pezzi cinici come ‘Fuori Luogo’ e ‘Tunnel’. Fabrizio Bosso lo ricordo strepitoso a Serravalle Jazz, in un’edizione mitica con Gianluca Petrella e la Cosmic Renaissance, e la sua tromba “accende” la ‘Nostalgia’, dopo il vortice di droga e disperazione di ‘Baba Yaga’ (con 24Kg a mettere i bridivi come se si trattasse dell’ultima puntata di una serie televisiva poliziesca e qualcuno stesse per morire da un momento all’altro). In scaletta c’è spazio pure per Rodrigo d’Erasmo (Afterhours), Riccardo Sala e Valeria Perdonò mentre la produzione è stata supervisionata da Tommaso Colliva (Muse, Calibro 35). ‘Tre Porte Di Paura’ nasce da un frammento di ‘Evidence’ di Thelonious Monk e ‘Oskar Kokoshka’ puro teatro, in attesa di capire quale sarà la trasposizione live, e di conseguenza visuale, dei pezzi. Un ibrido eccezionale di hardcore rap, jazz e elettronica che trova la sua sublimazione con la conclusiva ‘Jazzhighlanders’. Spettacolari alcuni passaggi di Lorenzo Carminati e Matteo Castiglioni, rispettivamente guida vocale e tastierista del collettivo.


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