
Prima i Jinjer dall’Ucraina, poi gli Slaughter To Prevail dalla Russia e gli Infected Rain dalla Moldovia. Poi ancora i Nytt Land dalla Siberia e la lista potrebbe continuare. Sono sempre più frequenti le “intromissioni” di band provenienti dall’Est Europeo nelle classifiche europee o americane. Dalla Bielorussia conosciamo anche i Molchat Doma, che si sono fatti un nome importante su basi elettroniche e post-punk mentre in questo caso siamo al cospetto di una formazione che combina le sue influenze prog e metal in una miscela esplosiva di alternative rock esaltata dalle indubbie qualità vocali di Kate Varsak. In passato i Mission Jupiter avevano già pubblicato un paio di full lenght, con un’altra guida al microfono, ma fin dal primo momento in cui ho ascoltato ‘Bittersweet (Love Song)’ è stato evidente che ‘Aftermath’ avrebbe portato progressi significativi sotto tutti gli aspetti. Il songwriting è micidale, in scaletta non troverete mezzo filler e ogni traccia si lega alle altre creando una connessione fortissima con l’ascoltatore. La produzione è internazionale a tutti gli effetti. Un groove moderno spicca nel mixaggio su trame elaborate e atmosfere malinconiche. ‘Sometimes It Hurts’, ‘Human Nature’ e ‘Crippled Country’ infiammano la prima parte di album mentre la seconda è aperta da ‘Jak Spyniajecca Bol’, che sembra scritta apposta per ottenere consensi tra gli appassionati dell’Eurovision Song Contest, sempre più determinante su scala globale. ‘The Dark’ e ‘Nothing Lasts Forever’ anticipano la chiusura di ‘This Is Not The End’ mostrando il timbro della cantante in tutta la sua ampiezza. In attesa di vederli dal vivo, dimensione nella quale sembrano trovarsi a proprio agio, i Mission Jupiter hanno tutto per costruirsi una credibilità importante fuori dai propri confini e non essere solamente la “solita” band adatta ai social o ai servizi streaming che vanno di moda al giorno d’oggi. Una band vera, con attitudine, in grado di lasciare il segno. E con una cantante così la strada sarà sicuramente più facile.

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