
Il fatto che Dave Rath e Cees Wessels abbiano pensato a loro per la nuova avventura discografica dopo anni di militanza in Roadrunner Records la dice lunga sul valore degli autori di ‘No Good At Goodbyes’. Al primo ascolto mi sono sembrati la risposta moderna ai Pro Pain con l’aggiunta di invettive rap più crude che mai e ‘Poetry From Pain’ sostanzialmente evolve questa direzione artistca, con ovvi retaggi di Year Of The Knife e Never Ending Game, senza smussare affatto gli spigoli. Siamo infatti al cospetto di un disco scomodo, rumoroso e diabolico. Un disco che è scritto principalmente per essere eseguito dal vivo e che ruba il meglio dello spirito DIY hardcore e lo converte in una serie di bordate metalliche che ben si prestano ad essere esaltate dai testi cinici di Matti Karli. Ciò che è evidente in ‘Poetry From Pain’, come dimostrato da brani come ‘Tombstone’ e ‘Copycast League’, è la sua struttura ben definita. Gli squarci rap donano varietà al materiale e lo rendono fruibile anche a chi è non totalmente avvezzo al genere, sebbene la sua durezza sia spiazzante. Viene da chiedersi se i prossimi tour potranno in qualche modo scalfire l’affiatamento di una line-up, che al momento è micidiale oppure, al contrario, rendere ancora più letale certe soluzioni. Non credo che vedremo mai i Gridiron nelle classifiche americane, ma di sicuro fanno parte di una nuova generazione di formazioni che se ne fottono dello streaming, dei social e dell’industria discografica di oggi e fanno musica come si faceva una volta. Potente, monumentale e cattiva. ‘26/9’ traccia il legame col disco precedente mentre ‘Mascot’ e ‘Army Of None’ sono dichiarazioni di intenti sfacciate. Daniel Son, Pro Dillinger e Jay Royale fanno capolino in ‘Still Playin’ For Keeps’, i nothing nowhere sono ospiti della title track e Mike “TRUCK” Ryan impreziosisce ‘Roses. Nella chiusura fragorosa di ‘Heavy Metal Money (Seen It All Before)’ c’è infine spazio pure per Big Body Bes, a riprova che ‘Poetry From Pain’ è un disco condiviso, collaborativo, più pensato e voluto, che fa comunque tanto male.

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