
Ho vissuto in prima persona l’uscita di Bruce Dickinson dai Maiden ed i tour solisti di ‘Balls To Picasso e ‘Skunkworks’. All’epoca le polemiche a distanza con Steve Harris e le ottime recensioni ricevute da quei dischi non facevano certo pensare ad un ritorno immediato a casa base. Quel Bruce Dickinson era davvero ispirato, sempre legato ai valori dell’heavy metal, dei Maiden e dei Samson, in cui aveva militato in precedenza, ma anche desideroso di mettersi in gioco con partiture di stampo diverso e lasciare emergere influenze più rock e pop. Qualche giorno fa l’ho rivisto sul palco dello stadio di Padova nell’ennesimo concerto strepitoso della Vergine di Ferro. Senza Nicko McBrain, con gli anni che inevitabilmente passano e una scaletta strapiena di classici, il frontman non ha perso l’occasione per dimostrare di essere ancora il numero uno. Sentirlo su ‘Rime Of The Ancient Mariner’, ‘Powerslave’ o ‘Seventh Son of A Seventh Son’ è stato un piacere. Di recente si è messo al lavoro sul remix in Dolby Atmos del suo catalogo e ha percepito il desiderio di rivisitare e reinventare quello che è apparso fin da subito il suo album più ambizioso. Ha potenziato le chitarre, grazie a Philip Näslund, e modificato l’arrangiamento di ‘Tears Of The Dragon’ – che quando venne a Milano nella sua prima data solista non eseguì neppure e in seguito divenne il simbolo della sua carriera in solitario e della attiva collaborazione col chitarrista-produttore Roy Z – per poi aggiungere parti orchestrali, sezione di fiati, guidata dal Berklee College of Music (‘Shoot All The Clowns’), e addirittura strumenti indigeni all’inizio di ‘Gods Of War’. Il mixaggio è stato Brendan Duffey (‘The Mandrake Project) e l’ascolto è stra-consigliato anche se possedete già ‘Balls To Picasso’.


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