Priest
Svezia
Pubblicato il 17/08/2026 da Lorenzo Becciani

‘Python’ è un titolo piuttosto particolare: da dove nasce il concept e cosa rappresenta questo nome all’interno dell’universo che avete costruito come Priest?
Python è un linguaggio di programmazione e un serpente. Ci è sembrato piuttosto appropriato per una canzone sulla sorveglianza. Abbiamo pensato che le persone siano come bestiame che le aziende pubblicitarie vogliono indirizzare nella direzione dei propri clienti. Cediamo volontariamente le nostre espressioni facciali, il modo di parlare e le nostre abitudini a queste aziende, semplicemente premendo “accetto” sui termini di servizio e così via. Forse non ci importa poi così tanto di essere sorvegliati ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette..

Dal punto di vista sonoro, in che modo ‘Python’ va confrontato con i vostri singoli precedenti? Spinge il sound della band verso una nuova direzione oppure sviluppa qualcosa che avevate già stabilito?
Penso che ‘Python’ sia una combinazione perfetta tra i Priest “vecchi” e quelli nuovi, le cui porte si stanno appena aprendo. È un assaggio di come suonerà il nuovo album. Credo che dia una sensazione più completa del concept dell’album, insieme alla traccia d’apertura, ‘Jaded’. Dal punto di vista dei testi si distingue, ma tutte le canzoni hanno una propria identità in tal senso.

Puoi raccontarci il processo di scrittura e produzione del brano? È nato rapidamente oppure ha subito molti cambiamenti prima di arrivare alla versione definitiva?
È stato un percorso piuttosto lungo, con alcuni periodi di inattività tra una sessione e l’altra. Ne avevamo registrato un’altra versione qualche anno fa, ma non era finita nell’album al quale stavamo lavorando allora. Ci abbiamo riprovato e questa volta siamo riusciti a dargli vita, aggiungendo e modificando alcuni elementi.

Avete in programma un video o un concept visivo per ‘Python’? 
Vogliamo realizzare un video e ci proveremo. Speriamo che possiate averne uno quando uscirà il brano. Siamo appena tornati a casa dagli Stati Uniti, dopo un tour di successo con Stabbing Westward e Acumen Nation. Prima di partire avevamo terminato l’album, la copertina e tutti gli altri preparativi, lavorando con pochissime persone e in un lasso di tempo molto breve. Amiamo quello che facciamo, ma facciamo tutto da soli, in maniera DIY, ed è davvero tanto lavoro… Il concept per il video esiste, anche se è molto incerto che riusciremo a realizzarlo in due settimane. Ma c’è anche un video in preparazione per il secondo singolo.

Cosa puoi dirci del mood generale e dell’arco narrativo del nuovo album?
L’album è terminato ed è stato mandato in stampa un mese fa. Stiamo aspettando i prodotti fisici, come CD, vinili ecc... È stato curato con grande attenzione e, come sempre, i brani sono stati collocati nell’ordine in cui devono essere ascoltati. Darà sicuramente vita a un arco narrativo interessante.

Ogni era dei Priest sembra avere una propria estetica. Qual è la storia o l’universo che state costruendo intorno a questo nuovo capitolo?
Sì, e questo è allo stesso tempo una benedizione e una maledizione… Realizzare maschere e costumi richiede un impegno paragonabile a quello che mettiamo nella realizzazione di un album. Abbiamo dovuto “resuscitare” l’Era 3 per ben due volte, perché, per esempio, non siamo riusciti a completare le nuove maschere ma ‘Altered State Police’ è un album che dovevo realizzare per riuscire ad andare avanti, lasciandomi alle spalle vecchi pensieri e vecchie riflessioni. Mi sono liberato di tutto ciò che è contenuto nel disco. Esternando gli eventi del passato e prendendo posizione rispetto a dove ti trovi con te stesso e con il mondo che ti circonda, puoi costruire una nuova piattaforma sulla quale gettare le basi per qualcosa di nuovo. È stato una sorta di esorcismo e volevo che avesse un feeling un po’ ruvido, proprio come la musica dell’album. L’Era 4 presenta un’estetica più futuristica e tecnologica, in contrasto con quella più gotica e in pelle che abbiamo attualmente.

Per questo album avete lavorato con nuovi collaboratori o produttori oppure siete rimasti con il team che ha contribuito a definire il vostro sound fino a oggi?
Sì, abbiamo incontrato Leo Josefsson, che ha lavorato con band come Mobile Homes, Statemachine e Lowe. Si è occupato del mix e della coproduzione ed è una persona di grande talento. Ha portato nel disco una tavolozza sonora differente. Essendo io il principale responsabile della band fin dal primo giorno, posso assicurarti che questo disco suona più Priest che mai. Tra gli artisti ospiti dell’album ci sono Airghoul, Internal e Andrew Montgomery degli Unify Separate, oltre al chitarrista dei Combichrist Jamie Cronander. La speaker radiofonica tedesca Evita Helling compare invece nei panni della “voce dell’AI” che ricorre all’interno dell’album. Cerchiamo di rimanere liberi dall’AI — anche se non quando è integrata, per esempio, nei plugin dei compressori — e non c’è un singolo prompt all’orizzonte quando realizziamo la musica, le copertine o il merchandise dei nostri album. Tutto è realizzato da esseri umani che usano il gusto come arma principale.

Avete appena concluso una serie di importanti concerti. Quali momenti di quei live ti sono rimasti maggiormente impressi?
Ultimamente siamo stati parecchio in giro! Adoro quella sensazione che si prova quando riesci a conquistare il pubblico. Succede spesso intorno alla terza o quarta canzone. È una sensazione magica percepire il cambiamento dell’energia all’interno della sala. Per un performer è più facile arrivare a quel punto quando crew, sala e palco funzionano alla perfezione. Più cresciamo, più frequentemente ci capita. I migliori concerti dal vivo sono magici e questo è il nostro obiettivo costante.

Come pensi che il vostro spettacolo dal vivo sia cambiato rispetto ai primi tour? Suonare il nuovo materiale ha modificato il modo in cui affrontate la scaletta?
Credo che la ripetizione sia la chiave per diventare bravi in qualsiasi cosa. Devi martellare qualcosa fino a farlo entrare nelle ossa. Quando ormai è diventato naturale, puoi iniziare a sviluppare nuovi elementi e perfezionare la tua performance poco alla volta. Come performer magari non è qualcosa di evidente, ma io vedo una reazione del pubblico sempre più forte e in crescita. Credo che la maggior parte delle persone voglia semplicemente godersi una scaletta esplosiva, eseguita alla perfezione e adeguatamente provata. Su questo non si può davvero discutere.

Andare in tour può essere estenuante. Come fate, voi tre, a mantenere alta l’energia e la creatività quando siete in viaggio per settimane?
Ho smesso di bere alcolici. Questo mi ha permesso di dormire meglio, di pensare più lucidamente e ho recuperato anche un po’ dell’energia che avevo da adolescente. Mi sento rinato, in un certo senso. Lo consiglio vivamente.

Cosa stai ascoltando ultimamente che ha attirato la tua attenzione? Dacci qualche nome più o meno oscuro da ascoltare…
Sempre Bach ed Eno, ma durante il tour ultimamente ho ascoltato Alva Noto, Al Wootton, Autechre, The Black Dog, Loscil e Overmono. Probabilmente produrrò e mixerò personalmente il prossimo album, quello successivo ad ‘Altered State Police’, quindi in questo momento sto ascoltando musica con un obiettivo preciso in mente.

(parole di Mercury)

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