
In Scandinavia Ida Maria, nome poco noto dalle nostre parti, è una specie di autorità. Ha conquistato incette di premi, ha venduto parecchio, è stata candidata agli MTV Europe Music Awards, si è, addirittura, candidata in politica e si è costruita una bella carriera grazie al suo talento cristallino che le ha permesso di scrivere musica dura e schietta. Sembra quasi di ritornare indietro di almeno trent’anni e pensare al movimento delle Rt Grrrls o ai primi passi mossi dalle Hole che erano ancora lontane dai lustrini patinati a cui mirava la leader Courtney Love. In questo panorama molto nitido, si staglia “Seven Deadly Sins + 3”, un album al vetriolo in cui non vi è concessione per le melodie facili o per le canzoncine. Qui si entra in un ambito molto più forte dove tutto è concentrato nella forza espressiva di Ida Maria che ci dà dentro senza soluzione di continuità. “Pride”, ad esempio, è una cavalcata terrificante dove l’artista norvegese urla come un ossesso. In “More” si entra in un mix tra funky e post punk, mentre “Lazy”, con il suo riff di chitarra, che paga dazio a quelli messi a segno da The Edge negli anni ottanta, è purissima energia. Non c’è, come scritto in precedenza, il singolo che ti fa saltare dalla sedia, ma questo non è un problema, perché le canzoni hanno il merito di crescere lentamente, ascolto dopo ascolto, elemento tipico dei dischi di qualità. Ed è così che si apprezzano tracce come la dissonante “Still Angry”, urlata a più non posso, e il mid tempo di “I Pushed Too Hard” che sarebbe stata perfetta per Joan Jett. Dunque, siamo al cospetto di un artista poliedrica, dura e pura come Ida Maria che sarebbe bello potesse essere conosciuta in Italia. La sua integrità non dovrebbe avere problemi a scalfire i cuori dei nostalgici cresciuti con il punk, la Patti Smith degli anni settanta e la scena femminile di Olympia.


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