
Il futuro è qui, dietro la porta. Sta a voi acciuffarlo. I veterani dell’action rock italiano sfornano un nuovo full lenght semplicemente epico, spingendo le idee ed i consensi ottenuti col precedente ‘We Are Ready To Testify’ in una direzione ancora più personale. Marco Cipolletti è un frontman ancora più incisivo, gli arrangiamenti sono uno migliore dell’altro ed un pezzo come ‘Stoker’ è l’emblema della maturità compositiva raggiunta da una band cresciuta in una famiglia splendida come quella di Go Down Records, etichetta indipendente che ormai da tempo immemore promuove e difende il meglio dell’underground di casa nostra e che anche in questo caso ha saputo pubblicare un vinile magnifico. La scuola è quella di The Hellacopters e Small Jackets, di Gluecifer e Nomads, con influenze proto-punk che rendono il tutto più datato e seducente, ma per fare certa musica non bastano la tecnica o l’attitudine. Serve quella personalità che manca al novanta per cento delle rock band di oggi. I Mad Dogs ne hanno da vendere e quest’album li ripaga di anni di sacrifici. Negli ultimi cinque hanno lavorato duramente per rendere perfetto il successore di ‘We Are Ready To Testify’ e non si sono avvalsi di produzioni esagerate o ritornelli di stampo commerciale. Si sono chiusi in studio a Padova, al Mal De Testa Recording di Daniel Grego (Ananda Mida, The Devils), e hanno tentato di esaltare quelle che sono da sempre le componenti alla base della loro musica e quindi stacchi ritmici potenti, riff polverosi e giri melodici memorabili. ‘Go Ahead (Don’t Give Up’ e ‘No Way To Come Back’ sono i Mad Dogs che abbiamo sempre conosciuto, quelli che amiamo dal vivo e che sanno incendiare anche le serate più tranquille. Quelli di ‘The Future Is Now’ e ‘Stoker’ sono più adulti, audaci e consapevoli. Un grido a riappropriarsi della vita, a trascorrere il passaggio su questa terra senza rimpianti o condizionamenti. Un’esplosione sonora che probabilmente farà casino anche all’estero e che conferma i marchigiani come una della realtà più coinvolgenti del nostro panorama rock. Forse le “pecore nere” o forse coloro che ci ricordano, a volumi esagerati, che “non è troppo tardi” e la festa può durare ancora.


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