
“Ascension” in inglese significa ascesa o ascensione. Può riferirsi all'atto di salire o elevarsi, sia fisicamente che spiritualmente, oppure, nel contesto religioso, all’Ascensione di Cristo al cielo. In fase di presentazione i Paradise Lost hanno specificato che il titolo sia tratto dalla convinzione di ascendere a un luogo migliore, nella finzione dalla Terra al paradiso, e da tutto ciò che questo comporta. L’unica ricompensa è la morte e quello che la vita ci riserva può essere anche terrificante. Da qualsiasi angolo si guardi, un titolo ambizioso quello scelto per il successore di ‘Obsidian’ dai padrini del gothic/death-doom, che nel corso della loro carriera hanno saputo riciclarsi e reinventarsi con grande energia e indubbia intelligenza. In tal senso, ‘Ascension’ appare fin dal principio un disco di mestiere, contenente tutto quello che ci si aspetta da una formazione leggendaria, che non ha mai raggiunto livelli di vendita colossali ma ha saputo contendere ai più grandi i vertici del metal, determinando le gerarchie grazie al talento di Nick Holmes, dotato di una carismatica voce pulita ma anche di uno dei growl più atipici del panorama internazionale, e di Gregor Mackintosh, abile a plasmare a sua immagine e somiglianza ciascun progetto in cui viene coinvolto (Host e Strigoi adesso, Vallenfyre prima). Il marchio di fabbrica di ‘Icon’ è presente in diverse canzoni, non solo nei registri più solenni, e possono essere tracciate similitudini pure con ‘The Plague Within’, sebbene la produzione sia nettamente diversa e più aperta e incline melodia e malinconia. Alle registrazioni ha contribuito Lawrence Mackrory, ex-Darkane, che avevamo già apprezzato a servizio di Vomitory e Bloodbath. Una scelta coraggiosa, se vogliamo estrema – visto che la band ha lasciato lo Yorkshire per recarsi in Svezia, nello studio di Mayhem e Watain – che ha pagato. Basta sentire ‘Salvation’, una traccia che avrebbe potuto essere benissimo su ‘Medusa’ e che in una “confezione” differente spicca per incisività. ‘Tyrant’s Serenade’ e ‘Lay A Wreath Upon The World’ mettono i brividi, ‘Serpent On The Cross’ (visto che parlavamo di Ascensione..) vi costringerà a scavare negli archivi di Peaceville e Music For Nations, mentre ‘Silence Like The Grave’, uno dei migliori singoli da tempo immemore, e ‘Diluvium’ testimoniano un talento unico nel rendere elaborate e stimolanti strutture compositive in apparenza semplici. Niente elettronica e niente gothic puro, anche perché gli Host hanno sfruttato una pausa forzata per pubblicare un disco memorabile. Che fossero di un altro pianeta lo sapevamo già, e tra poco li ritroveremo dal vivo assieme ai fantastici Messa, ma che riuscissero ad essere ancora così letali dopo una serie consistente di crisi, separazioni, trend e contro-trend, improvvisi cambi di fronte e scelte complicate da prendere ha sul serio dell’incredibile.


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