
Passa il tempo ma i californiani sono sempre sulla breccia. Vuoi perché il loro leader è un figo da paura, vuoi perché in carriera hanno saputo stare avanti anche quando certi trend collassavano e il mercato pareva andare in direzione contraria oppure semplicemente perché il livello di estro è superiore rispetto a buona parte della concorrenza. ‘Silver Bleeds The Black Sun’, edito a quattro anni di distanza da ‘Bodies’, conferma la duttilità di una formazione immutata dalla seconda metà dei ‘90 e si muove in bilico tra hardcore-punk, dark, crossover puro e alternative rock. Davey Havok, reduce dalla fortunata esperienza synth pop con i Blaqk Audio, si scatena a più riprese e tracce come ‘Behind The Clock’, ‘Blasphemy and Excess’ e ancora la spettacolare ‘Ash Speck in a Green Eye’ lo dipingono per un’onestà artistica fuori dall’ordinario. La band si è posta l’obiettivo di apparire trasversale ad ogni costo e tutti i full lenght pubblicati in questa lunga avventura sono stati marcati a fuoco da un’evoluzione stilistica significativa, un po’ come accaduto ai Deftones appena tornati nei negozi col magnifico ‘Private Music’. Stavolta lo scopo era realizzare un album con un mood singolare, qualcosa di sognante ed etereo, e i membri si sono ritrovati a immergersi a capofitto in una serie di influenze che erano sempre state profondamente radicate nel nucleo musicale degli AFI, ma che solo adesso sono state portate in primo piano. Il risultato è un album non catalogabile, oscuro e ultraterreno, ma anche grandioso e maestoso, pungente e impeccabile dal punto di vista estetico. Una combinazione di audacia creativa e mestiere che trova in ‘Holy Visions’ e ‘Spear Of Truth’ altri due apici assoluti.


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