
Continuano ad essere una certezza nel campo del metalcore gli Acres, giunti al loro terzo lavoro sulla lunga durata. “The Host”, disco che affronta temi importanti soprattutto in ambito di salute mentale e non solo, è la classica botta sui denti che chi ama questo genere ha voglia di ricevere ben volentieri. Ci troviamo dinnanzi ad un pugno di brani molto potenti che vengono esaltati dalla produzione di Landon Tewers, cantante dei The Plot in You, in cui si fondono alla perfezione, violenza sonora, elettronica e melodie malinconiche. L’iniziale “Bloodlust” può essere presa come manifesto di questo platter. L’elettronica ha una parte fondamentale, soprattutto perché bilancia molto bene le successive sequenze in cui il cantato in growl riveste un ruolo determinante. L’alternanza tra parti arrabbiate e quelle più “dolci” è la caratteristica su cui si basa questo album che non conosce, però, momenti di picco. A volte pare di imbattersi nei Fear Factory del periodo d’oro, vedi “No So Different”, anche se il cantato è chiaramente diverso da quello dell’inarrivabile Burton C. Bell; in altre, invece, i ragazzi di Portsmouth sembrano flirtare con il new metal di fine anni novanta, grazie all’uso sapiente di melodie trasversali che si apprezzano con il passare degli ascolti (“Staring At The Sun”). L’andare sulle montagne russe risulta essere lo sport preferito degli Acres che vogliono portare l’ascoltatore ad assaporare l’adrenalina che alcuni pezzi contengono (“Built To Bleed” che ha delle atmosfere molto “Marylin Manson”), alternando il tutto con altri che possiedono la forza della serenità (“Steal The Light”). A corredo di questa bomba sonora ci pensa “Around Again” a chiudere il cerchio, ovvero una ballad che ricorda molto da vicino i Linkin Park, a dimostrazione dell’ottima capacità degli inglesi di sapersi destreggiare all’interno dei plurimi campi che il metal moderno ha creato nel corso degli ultimi venti anni.

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