
Un nuovo album sorprendente quello con cui la cantante nata nel Massachusetts, con mezza famiglia italiana, e cresciuta prima a Berklee ed alla Juilliard e poi diplomatasi alla New School for Jazz and Contemporary Music di New York. Una bellezza da modella e un talento straordinaria che l’ha resa una delle voci di punta del nu jazz, capace di attrarre i vecchi appassionati ma anche di raccogliere consensi in altre fasce di pubblico. Il singolo portante di ‘V’, ‘Pianos And Great Danes’, promosso con un video dalla cinematografia inquietante, è infatti solcato da un groove drum n’ basso alquanto insolito. Un vero e proprio inno jazz da club, che esplora il sesso come via di fuga e che è vede l’armonia suggerire i cambiamenti emotivi (“I just need it, kill my mind. That’s good like that. Baby we can do it right now…”). Vivendo in costante bilico tra controllo e collasso, "V" fonde perfettamente l'immaginazione da studio e le texture elettroniche del pop sperimentale con l'emozionante interazione che solo una musicista dal vivo, con radici jazz, può offrire. Gli arrangiamenti sono a metà tra il teatrale, il pop e il gothic anni ottanta, con citazioni di Bill Evans e Chat Baker e passaggi più commerciali che sono stati assemblati sotto la supervisione di produttori come Spencer Zahn e Lawrence Rothman. ‘Angel Eyes’ è una versione rivisitata dello standard jazz del 1946 di Matt Dennis e Earl B. Brent mentre ‘fucking happy’ (“I don’t think about you anymore…) e ‘The Awful Truth’ sono i pezzi che più la allontanano dal passato e la proiettano in un futuro radioso. Non ho usato questo termine a caso perché ‘V’ è quanto di più disturbante e oscuro ci possa essere sul mercato. La tensione che si sprigiona dalla scaletta è un modo per descrivere un mondo dove guerre, isolamento, dolore collettivo e depressione hanno preso il posto dei normali errori che si compiono durante la nostra esistenza.

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