
Un titolo molto post-rock per un album importante che segna l’ennesimo traguardo raggiunto in carriera da una delle migliori formazioni di death metal melodico in circolazione. Sono trascorsi quattro anni da ‘Origin’, ma in realtà bisogna scavare più addietro per trovare un lavoro in studio simile a questo. ‘May The Bridges We Burn Light The Way’ suona infatti come la naturale evoluzione di ‘Beyond’, edito nel 2013 da Lifeforce Records, e rafforza un connubio con Century Media Recorsa che dura dall’epoca di ‘The Burning Cold’. L’album è decisamente diretto, sette pezzi per trentacinque minuti circa, escludendo intro e outro strumentali, e la trasportabilità dal vivo è garantita da un songwriting che si è ammorbidito col passare delle sessioni in studio, ma che non ha smarrito l’efficacia, ed a tratti la velocità e l’aggressività, degli esordi. La mente è sempre Markus Vanhala, impegnato di recente anche con I Am The Night, Cemetery Skyline e Insomnium, ma anche il tastierista Aaopo Koivisto, coinvolto pure nei Marianas Rest, e il cantante Jukka Pelkonen ricoprono ruoli fondamentali nell’economia sonora della band. Va poi detto che la produzione è stata seguita da Jens Bogren dei Fascination Street e soprattutto che del tracking delle parti vocali si è occupato Björn 'Speed' Strid dei Soilwork. In ‘My Pain’ o ‘The Last Hero’ il suo apporto si sente eccome e rappresenta un valore aggiunto per un album solido, che punta forte su pezzi come ‘Walking Ghost Phase’ e ‘Ignite The Flame’. ‘The Darkest City’ invece sa tanto di riflessione amara sulle capitali di oggi, dove il disagio sociale si alimenta con il disastro urbano-ambientale. In attesa di rivederli dalle nostre parti, zero riempitivi e grande impatto per gli appassionati di un genere che non sembra soffrire lo scorrere inesorabile del tempo.


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