
Nel 1994 gli Sponge erano una band in erba alla ricerca del primo contratto discografico che, di lì a breve, sarebbe arrivato. Gli americani, come ogni artista che si rispetti, si trovavano nella classica fase dove scrivevano canzoni a getto continuo. Una parte di esse venne, poi, inclusa nell’album di debutto, “Rotting Pinata”, che ancora oggi viene ricordato come uno dei migliori esempi di post grunge. I brani che furono esclusi dalla tracklist e non vennero inseriti come b-sides (opera diffusa all’epoca), sono rimasti chiusi nel cassetto per quasi trent’anni. Oggi, per festeggiare la ricorrenza dell’uscita del loro primo disco, i signori di Detroit hanno ripreso in mano queste tracce, le hanno ripulite e le hanno condivise con i propri fans che non vedevano l’ora di ascoltarle. Il risultato, diciamolo subito, è alquanto clamoroso, perché (qui la mossa di mercato si è rivelata sbagliata) queste composizioni dovevano (ripetiamo, dovevano) essere la base per la loro seconda fatica, vista la loro intrinseca bellezza. Si tratta di canzoni dure e melodiche, che pagano dazio ai grandi di Seattle, ma che hanno nel proprio DNA la griffe del ricordo e della facilità di apprensione, dote che ai giorni d’oggi pare essere stata ripudiata. Ed allora è bello farsi trasportare dalle bordate di “In The Name Of God”, dalle melodie trasversali di “Nadja Hello” o dal ritornello ultra- facile di “Velocity 555”. Poi, tanto per non farsi mancare nulla, gli Sponge ci regalano due “cioccolatini” nuovi di zecca come “Wet Brain” e “Desert Low” che ci danno un’idea di come l’ispirazione ancora li accompagni. Inoltre, abbiamo nella tracklist, anche due versioni alternative di “Drownin’” e “Molly (16 Candles)” che sono dei classici contenuti su “Rotting Pinata”. Cosa dire di più? In primo luogo che la vita è molto strana, visto che questi giovincelli, praticamente sconosciuti in Europa, avrebbero meritato un successo maggiore rispetto a quello, comunque, buono riscontrato negli Stati Uniti, soprattutto verso la fine del secolo scorso. In seconda battuta sarebbe bello che, nostalgia a parte, le giovani leve ascoltassero questo prodotto, perché si potrebbero rendere conto di quanta bella musica esisteva negli anni novanta e di come gli artisti si potevano permettere il lusso di scartare canzoni che oggi sembrano delle perle incredibili.

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