
Sempre più caotici e ribelli, gli inglesi se ne fregano di tutto e tutti e continuano per la loro strada a testa alta, piazzando sul mercato un album più bello dell’altro. Inutile stilare classifiche perché uno dei punti di forza del duo sta nell’urgenza delle proprie liriche. Chi pensava che con la Brexit si esaurisse la loro foga si è sbagliato alla grande, soprattutto perché il mondo in cui viviamo, tra guerre, corruzione, violenze e abusi di ogni tipo regala materiale in quantità. ‘The Demise Of Planet X’, già dal titolo, scaraventa in faccia all’ascoltatore la visione concreta di una società allo sfascio, di un ambiente che è stato assassinato da chi lo avrebbe dovuto proteggere e di un impianto mediatico che ci intossica quotidianamente. La scaletta è costruita ad arte per mantenere elevata la tensione ed i featuring contribuiscono a rendere l’ascolto divertente. Nell’iniziale ‘The Good Life’ (che il frontman ha definito un brano che parla di criticare le band e della gioia e della sofferenza che tutto questo gli provoca) appaiono Brienne di Game Of Thrones, con la sua risata sguaiata, e Big Special, in ‘Flood The Zone’ il cantautore soul-raggae Liam Bailey mentre Sue Tompkins (artista visiva e sonora britannica che ricordiamo al microfono del gruppo indie rock Life Without Buildings) ed ik re della scena grime Snowy impreziosiscono rispettivamente ‘No Touch’ e ‘Kill List’. Il featuring più elettrizzante è però quello dell’artista neozelandese Aldous Harding, in bilico tra psych-folk e pop barocco, che ha reso ‘Elitest G.O.A.T.’ un singolo da brividi. Un po’ post-punk, un po’ progressive rock, con un’anima industriale e pop, di sicuro letale. Jason Williamson vomita odio, Andrew Fearn salta alle sue spalle riempendo la stanza di bassi e la parte centrale dell’album, formata dalla title track, da ‘Don Draper’ e da ‘Gina Was’ lascia atterriti per una forza concettuale e sonora che non si è affatto svilita nel tempo. Per carità. Ognuno può ascoltare quello che vuole, ma in giro non ci sono solo dischi finti, schifosamente commerciali e creati con gli algoritmi. Ci sono anche dischi come questo che fondono universi sonori anche molto lontani tra loro nell’ottica di un’onestà intellettuale ed un senso di provocazione che la musica rock ha perso una vita fa.


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