
I Glorious Bankrobbers sono dei veri e propri eroi sopravvissuti a ogni intemperia, che hanno conosciuto, o meglio, sfiorato il successo negli anni ottanta per poi cadere nell’oblio e successivamente risorgere in questi ultimi periodi con una serie di dischi che ci hanno fatto capire che il talento non si vende al mercato. Gli svedesi, con “Intruder” dimostrano, ancora una volta, come la loro mistura di hard rock/glam, che strizza l’occhio alla scena degli anni ottanta e ai primi Aerosmith, sia vincente come non mai. Ogni canzone ha tutto per essere ricordata, grazie a dei riff di chitarra alla Warren De Martini che si vanno ad incastonare all’interno di ritornelli zuccherosi che si ricordano al primo ascolto. In questa maniera si dipana un album che ha momenti riflessivi in una sola circostanza (“Jane”) in cui ci ritornano alla memoria i Motley Crue di Theatre Of Pain. Per il resto la macchina rock’n’roll è di quelle che viaggiano a mille all’ora senza mai fermarsi. Dalla persuasiva “Rabbit Hole”, alla melodia appiccicosa di “Black Jonas” sino al ritornello che non fa prigionieri di “Vampire” è un continuo rimando ai periodi d’oro dell’hair metal, ma anche dello street rock dei Jetboy. E quando parte l’armonica in puro stile “Full Bug” dei Van Halen in “Starstriped Western” non può non scendere una lacrimuccia da parte di chi ha vissuto da molto lontano quei tempi irripetibili. Chiaramente, tirando una linea, che cosa si può dire in modo spassionato e sincero? “Intruder” è un bel lavoro, suonato benissimo e ricco di pregevoli canzoni che farà la gioia di coloro che conoscono una formazione che più cult, sinceramente, non si può. Il grande pubblico, probabilmente con l’eccezione della madre patria Svezia, ignorerà un disco che, invece, merita più di una chance.

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