
Nella press sheet che Relapse Records ci ha inviato per promuovere l’uscita di ‘Hymns From The Hills’ si legge anche che Treble ha scritto: “I Poison Ruïn esistono sia nel mondo tangibile che in quello effimero, conferendo così maggiore profondità alle loro canzoni punk.” Sinceramente non potrei trovare parole migliori per descrivere l’impeto punk e luciferino di questa band di Philadelphia, che già nel 2023 con ‘Härvest’ aveva stupito l’intera scena internazionale. Un po’ gotici, un po’ post-punk, un po’ hardcore vecchio stile, il quartetto non cede la propria identità ad alcun compromesso e ci dona un’altra dozzina di tracce che mettono in evidenza il songwriting di Mac Kennedy e una produzione volutamente scarna e abrasiva, fedele a un’estetica DIY che richiama il punk anarchico più autentico. Il mixaggio è stato curato da Jonah Falco (Fucked Up) mentre Arthur Rizk (Blood Incantation, Cavalera) si è occupato della masterizzazione. Le chitarre sono taglienti ma mai eccessivamente compresse, lasciando spazio a una certa ariosità che permette alle melodie di emergere con naturalezza. La sezione ritmica è essenziale, quasi marziale, e contribuisce a creare un senso di urgenza costante senza risultare ridondante. Ciò che rende davvero peculiare il disco è però l’approccio compositivo. I Poison Ruïn evitano strutture convenzionali, preferendo arrangiamenti che si sviluppano in modo organico, con cambi di dinamica che evocano più una narrazione che una semplice successione di versi e ritornelli. Il cantato, distante e leggermente riverberato, aggiunge ulteriore profondità - ‘Guts (Lay Your Self Aside)’ e la title track - come se provenisse da un’altra epoca o da un luogo indefinito. Questa scelta contribuisce a rafforzare il senso di straniamento e immersione, anche grazie al drummin’ ossessivo di Allen Chapman, rendendo l’ascolto un’esperienza più atmosferica che immediata.


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