
Con ‘The Dead Ones’, il gruppo originario di Mansfield, Pennsylvania ci regala un lavoro che non pretende di reinventare il deathcore ma che segna ugualmente un passaggio importante in carriera. Non soltanto il debutto per la gloriosa etichetta discografica Metal Blade, ma pure una maturazione evidente nel modo di intendere un genere sempre più di moda tra i giovani, sia sul piano sonoro che su quello tematico. Fin dalle prime battute della title track, il disco chiarisce le proprie intenzioni ovvero suoni ribassati e massicci, costruiti su accordature profonde e una produzione granitica che restituisce un impatto quanto mai fisico all’ascoltatore. La sensazione è quella di essere travolti da un carro armato sonoro senza però che la leggibilità dei dettagli ne esca sacrificata. Dal punto di vista lirico il genere umano è al centro dell’approccio compositivo con tematiche come senso di colpa, perdita, disagio e redenzione che rendono l’ascolto più coinvolgente e meno astratto. ‘Freak Reflection’ e ‘Stereo’ dimostrano che gli autori di ‘No Name Graves’ hanno ancora molto da dire e la differenza la fanno poi le collaborazioni. Davvero una migliore dell’altra. Si parte fortissimo con ‘Make It To Heaven’, impreziosita dalla presenza di membri dei Sign Of The Swarm, e ‘Rat Trap’, un pezzo devastante da playlist con l’ex Fit For An Autopsy Nate Johnson in evidenza. I Distant fanno capolino in ‘Dollar To A Dime’ mentre la chiusura è affidata alla claustrofobica ‘XXXXXXXXXX’ con il vecchio cantante Storm Strope, al microfono fino al 2015. Un album violento, testardo e cinico ma anche sorprendentemente personale.


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