
Gli ex-Kick debuttano sul mercato con nove tracce spettacolari che spaziano dallo shoegaze al dream pop, passando per il post-punk e l’elettronica, e mostrano una visione che va ben oltre il nostro triste panorama alternativo. Prodotto insieme a Elmer Hallsby, in passato a servizio degli Isolated Youth vecchia conoscenza di Serravalle Rock, e mixato da Martin “Konie” Ehrencrona, ex-Viagra Boys, l’album possiede un andamento sbilenco, tipico di certo post-rock nordico, ma soprattutto spigoli analogici fantastici. Scordatevi infatti le sonorità di plastica del novanta per cento delle uscite di oggi. ‘Angel Names’ picchia duro e trascina puntando sull’analogico e su un profilo organico e live-oriented. Il basso e la voce di Chiara Amalia Bernardini si piantano in testa come chiodi (‘Glitter’) mentre Nicola Mora strappa forte in ‘Soaked In Starlight’ e ‘Rollercoaster’. Un altro pezzo mitico è ‘All You Can Eat’ che parte come i Morphine e poi si avvolge attorno ad un assolo noise. ‘Sugar Crush’ parla poi d’amore e lo fa con l’irrequietezza dei nostri tempi e la cinematografia che regnava nei dischi dark di fine anni ottanta o nelle colonne sonora di qualche film di paura che ci è rimasto impresso. Una scaletta molto varia quindi, sebbene la visione sia estremamente coerente, e una prima fatica su lunga distanza che si pone fin da subito trasversale a quanto pubblicato all’interno della scena indie italiana. Il messaggio lascia un segno profondo proprio perché espresso con la leggerezza di chi sa di avere qualcosa dentro. Gli Angel Names non hanno perso tempo dietro a melodie scadute o soluzioni commerciali. Hanno dato retta al cuore, e alla testa, cercando di distinguersi fin da subito a livello estero e sfido chiunque a trovare una sola pecca di personalità in questi solchi. Quando le voci si intrecciano sembra sul serio di essere in un’altra dimensione e poche opere d’arte, non per forza musicali, hanno il potere di spingere così oltre. ‘Angel Names’ è una di quelle rare release che ti obbligano a ricalibrare il metro di giudizio, a tornare sui tuoi passi e chiederti dove eravamo rimasti, quale fosse l'ultima volta che un album italiano ti aveva fatto sentire davvero fuori posto — nel senso migliore, nel senso di chi ha aperto una porta sbagliata e si è ritrovato in una stanza più interessante di quella che stava cercando. Quello che sorprende, al netto della ricerca sonora e della qualità evidente della scrittura, è la maturità con cui i due ragazzi gestiscono il proprio immaginario. Abbiamo bisogno di voci come loro. Voci scomode, ambiziose e urgenti. Da ascoltare come se fossero qualcosa di stranamente indispensabile.


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