
Il singolo ‘Head Alight’ e il video diretto da Kaylinn Duffy con protagonisti Spenser Granese e Maleah Goldberg sono talmente belli da giustificare l’acquisto di una copia di ‘Wired’. D’altra parte ci sono dischi che arrivano nel momento giusto, e poi ci sono dischi che sembrano costruiti apposta per aggrapparsi a qualcosa dentro di te anche quando il momento è già passato da un pezzo. Il quinto album dei Basement - band originaria di Ipswich cresciuta nell'ombra fertile del post-hardcore britannico - appartiene alla seconda categoria. Non è un lavoro che ti aggredisce, non è un lavoro che ti seduce con soluzioni facili. È un album che respira, e che alla lunga ti costringe a respirare con lui. Documenta un'urgenza privata in modo così preciso che diventa universale, dichiara un'appartenenza senza mai nominarla esplicitamente. I Basement, con questo secondo lavoro, non hanno inventato niente di nuovo. Hanno solo fatto una cosa vecchia meglio di quasi tutti gli altri: hanno scritto canzoni che sembrano vere. Sono trascorsi otto anni da ‘Beside Myself’ e la collaborazione con John Congleton - membro dei The Paper Chase che può vantare produzioni con Okkervil River, John Grant, Clap Your Hands And Say Yeah ma anche Marilyn Manson – ha portato alla stesura di dodici tracce che mettono in evidenza le qualità vocali di Andrew Fisher e una scrittura dilatata nel tempo e quanto mai evocativa. Le influenze alternative rock contrastano con passaggi apertamente emo e indie rock, i contrasti sono solo nei dettagli e gli scenari proposti dall’album sono quasi sempre dilatati e decadenti. ‘Time Waster’ e ‘Deadweight’ sono dichiaratamente anni novanta, ‘Broken By Design’ costruita su una chitarra post-rock e il basso, in tutto il disco, possiede un’anima post-punk esagerata.


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