
L’ascolto del settimo album degli americani mi ha ricordato tantissimo quando mi sono imbattuto nel debutto dei Tame Impala. Non si parla dello stesso genere, assolutamente non è così, ma ho percepito la medesima capacità di distinguersi da tutto quello che satura il mercato moderno e risultare moderni e affabili, se vogliamo anche commerciali, pur poggiando le proprie radici su sonorità anni settanta o ottanta. Il piano Rhodes ed il violino di Allan Van Cleave arricchiscono un sound che deve molto a Black Sabbath e Kyuss e la formazione originaria di Nashville si muove con destrezza tra blues oscuro, stoner, neopsichedelia e suggestioni progressive senza smarrire minimamente la propria identità. Il loro nome è tratto dal libro citato in Rosemary's Baby - Nastro rosso a New York di Roman Polański, con una giovanissima Mia Farrow, e c’è una sorta di leggerezza nell’approccio compositivo che permette di rendere di facile presa anche partiture distorte e intricate. Il successore di ‘Nothing As The Ideal’ si assesta su un equilibrio sottile tra groove ipnotici e improvvise esplosioni elettriche. Le chitarre costruiscono paesaggi polverosi e dilatati mentre la voce di Charles Michael Parks Jr. resta il fulcro emotivo, grazie ad un fervore narrativo al limite dello sciamanico. La leggerezza del songwriting è però qualcosa di nuovo, che eleva questo lavoro al di sopra del resto della discografia. Eddie Spear, già collaboratore di Jack White che sarà uno degli artisti di spicco di NorthSide, ha contribuito a rendere raffinati gli arrangiamenti, supportando l’idea di un viaggio sonoro più che di una semplice raccolta di canzoni. Non sempre infatti viene privilegiato l’impatto immediato, ma la tensione psichedelica è sempre al massimo e momenti contemplativi si alternano a passaggi dominati dai riff granitici di Ben McLeod. ‘Red Rocking Chair’ e ‘Starline’ non sono solo due ottimi singoli ma probabilmente i due pezzi migliori mai scritti dal gruppo. ‘Hold Up, Say What’ e ‘Angel On The Wayside’ sono invece i simboli di una maturità raggiunta, di una perfezione stilistica che in pochi possono permettersi. Di sicuro era parecchio tempo che non ascoltavamo niente del genere proveniente dagli Stati Uniti. La speranza è che ‘House Of Mirrors’ possa essere il primo di tanti album in grado di far guadagnare alla scena alternative rock nuova credibilità.


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