
Ho letto in rete che ‘Àmor’ sarebbe un disco a colori vivi. In tutta sincerità e con profondo rispetto trovo che sia l’esatto contrario. I Klimt 1918 hanno giocato con tinte diverse semplicemente per rendere ancora più oscuro il loro patto con la musica e lo hanno fatto mantenendo inalterata la lungimiranza di un songwriting che, nel corso degli anni, li ha portati a raggiungere risultati inaspettati. ‘Dream Core’ inaugura una scaletta che ti avvolge con sussurri new wave, retaggi gotici e una scrittura che passa dal post-rock allo shoegaze con incredibile facilità. La prova vocale di Marco Soellner è uno dei punti di forza del lavoro e ‘Aventine’ e ‘Arcade’ segnano nuovi apici in una carriera che ha visto la band sopravvivere a trend di vario tipo, crisi dell’industria discografica e sospensione dell’attività live. Il fatto che un’etichetta valida come Prophecy Productions li abbia messi sotto contratto è la riprova di quanto ci hanno lasciato i Klimt 1918 con capolavori come ‘Dopoguerra’ o ‘Just in Case We'll Never Meet Again’ ma il presente non è da meno. Il successore di ‘Sentimentale Jugend’, ormai vecchio un decennio, è un disco in grado di attrarre nuovi ascoltatori e lasciare amabilmente sorpresi i fan di vecchia data. Un disco che parte da influenze certe, atmosfere notturne che tutti conosciamo e sogni o meglio incubi che purtroppo ricordiamo e che ci spinge in una direzione molto chiara, tra gli odori di ruggine di ‘Un ètè invincible’ e i synth selvaggi di ‘Petricore’. La chitarra di Claudio Spagnuoli duella con quella del leader e la sezione ritmica, formata da Paolo Soellner e Davide Pesola, è solida come mai. In ‘Eros’ compare il sax di Domenico Vellucci, Francesco Conte e Giuseppe Orlando hanno collaborato alle registrazioni mentre il mixaggio è stato curato da Tony Doogan (Mogwai, Belle & Sebastian). ‘Aftersun’ e ‘Mountain’ chiudono un’altra gemma che tutti devono vantarsi di possedere in pubblico.


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