
Quando ci si imbatte in un gruppo dalle sonorità post punk che riesce ad eseguire il suo compito alla lettera, unendo atmosfere algide a sonorità tipiche dei primissimi anni ottanta, c’è solo una cosa da fare: alzarsi in piedi ed applaudire. Per gli australiani Pond le lezioni spiegate soprattutto dai grandi maestri inglesi della materia, sono state assimilate alla perfezione. Tra tastiere dominanti, voce baritonale e melodie che tagliano il tappeto sonoro nebuloso come raggi di sole primaverile in un cielo uggioso ci si riesce a districare ottimamente in un album come “Terrestrials”, costruito su solidi brani (ben dieci) e con al suo interno dei picchi notevolissimi. Quando si ascolta una composizione dall’attitudine molto mainstream come “Casuarina”, che paga dazio ai Joy Division, o come la soddisfacente “Roebuck Plains”, dalle venature melodiche imponenti, si ha davvero la voglia di ritornare indietro con il cd e riascoltare certe perle in cui pop e rock si riescono a fondere in un tutt’uno. Probabilmente quello che va capito, magari per chi si ritrova ad avere a che fare con questi simpatici ragazzoni, è che la loro proposta ha bisogno di ascolti attenti per poterne ricavare quelle sfumature che, poi, fanno la differenza in maniera sostanziale (“Skyworks” e “Tourmaline” nella loro semplicità rappresentano altri apici compositivi raffinati di prima grandezza). A chiudere un album da questi connotati apparentemente facili ci pensa, infine, la sintetica “Nashville (I’m Dying) che può essere letta come il manifesto di un lavoro che ha tutto per poter essere ricordato da qui ai prossimi venti anni. Probabilmente sarebbe stato perfetto nel 1982, ma accontentiamoci di averlo tra le nostre scelte di primo ordine nel 2026.

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