
La rivelazione assoluta dell’ultima edizione del Luppolo In Rock, dimostrazione che si può organizzare un festival italiano con band dal profilo internazionale e farlo a misura umana, è stata in assoluto la misteriosa formazione norvegese. Come si usava una volta, dopo il concerto sono andato al banchetto del merchandising e ho acquistato una copia del loro debutto e, quando l’ho ascoltato in cuffia a casa sono rimasto ancora più colpito. In ‘Cloudscapes & Silhouettes’ è palese la vocazione ad andare oltre il semplice disco, costruendo un'esperienza audiovisiva che ammica tanto al progressive metal quanto alla musica cinematica. Il progetto, nato nel 2019 con l'ambizione dichiarata di fondere una sezione strumentale evocativa e una forte narrazione visiva, trova in questo lavoro una sintesi matura delle proprie influenze, che spaziano dai TesseracT agli Sleep Token, passando per il gusto melodico di In Flames. Fin dall'apertura con ‘The Fall’, l'album mette in chiaro le sue intenzioni: strutture ampie, arrangiamenti orchestrali che si intrecciano a chitarre pesanti e un uso quasi registico della dinamica, con momenti di quiete che esplodono improvvisamente in climax sinfonici. ‘City Of Ruins’ prosegue su questa scia, con un songwriting che privilegia la costruzione di tensione piuttosto che l'immediatezza, mentre ‘Shadows’ introduce parti vocali che arricchiscono la tavolozza timbrica del disco, aggiungendo contrasto e profondità emotiva. Il cuore del lavoro è probabilmente la title track, che riassume l'essenza del progetto Mayfire: melodie ariose che sembrano disegnare paesaggi, alternate a passaggi più cupi e atmosfere che restano sospese, quasi cinematografiche. ‘Thicker Than Water’ e ‘A Sense Of Purpose’ mantengono alta la tensione narrativa, mentre ‘Vinternatt’ si distingue per una freddezza tipicamente nordica, quasi a voler spezzare il flusso emotivo con un momento di introspezione. ‘The Age Of Kings’ chiude il disco in grande stile, con un finale che ha il respiro di una colonna sonora più che di un semplice ultimo brano. Dal punto di vista produttivo, l'album si distingue per una cura meticolosa del suono: ogni strato strumentale — dalle tastiere sinfoniche alle chitarre stratificate — trova il proprio spazio senza risultare mai fine a sé stesso.

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