
Forse resosi conto di aver cavalcato un po’ troppo l’ondata metalcore oppure semplicemente alla ricerca di nuovi consensi tra i vecchi fan, come fanno tutti del resto, Andy LaPlegua ha riportato il proprio progetto post-Icon Of Coil (‘The Future Is A Memory’ in versione più essenziale avrebbe potuto benissimo stare su ‘Machines Are Us’) su coordinate sonore legate al passato. Non solo, lo ha fatto magnificamente bene. Il successore di ‘Cmbcrst’ è molto più vicino a titoli come ‘Everybody Hates You’, ‘What The Fuck Is Wrong With You People?’ o ‘Today We Are All Demons’. Il suono è tornato ad abbracciare EBM brutale, industrial, techno oscura e un approccio quasi cyberpunk che non rinuncia all'aggressività delle chitarre, ma le pone nuovamente al servizio dell'elettronica anziché lasciare loro il ruolo di protagoniste. È una differenza sostanziale, perché le chitarre non guidano più i brani, ma ne amplificano la violenza, lasciando che siano sintetizzatori, beat martellanti e sequenze meccaniche a costruire il vero impatto emotivo. I brani sono costruiti con una cura decisamente superiore rispetto al recente passato e alternano momenti di devastante potenza ritmica a passaggi più atmosferici senza mai perdere tensione. L'album mantiene una notevole coerenza stilistica, ma evita in modo intelligente l'effetto monotonia grazie a continui cambi di dinamica, innesti melodici e una produzione estremamente dettagliata, moderna ma mai eccessivamente compressa. Molte tracce sembrano pensate tanto per un dancefloor industrial (‘Desolation’) quanto per un palco di un grande festival metal, riuscendo a conciliare due anime che negli ultimi anni sembravano essersi separate. I ritornelli entrano facilmente in testa e le linee vocali alternano urla rabbiose, spoken word e melodie filtrate con una naturalezza disarmante (‘Born Deströyer’ e ‘Venom’). La produzione è probabilmente una delle migliori mai realizzate dalla band. Ogni elemento trova il proprio spazio nel mixaggio. I kick elettronici colpiscono come martelli pneumatici, i bassi sintetici riempiono lo spettro sonoro senza impastare il risultato finale e le chitarre acquistano finalmente il peso giusto, senza coprire il lavoro elettronico. È un disco che suona enorme, ma anche sorprendentemente nitido, permettendo di cogliere moltissimi dettagli dopo ripetuti ascolti. ‘Each Scar A Vision’ e ‘The Way We Want To Be Seen’ scoprono una dimensione più intima e sul finale troviamo pure la collaborazione con i King 810 (‘Demons Wanna Be Summoned’), ma sinceramente l’album non ne avrebbe avuto bisogno. Ultimo punto a favore la cover a cura di Mothmeister, duo belga che padroneggia il macabro come pochi altri.

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